Lucia Bisetti
(del circolo Meyer - Vighetti di Bussoleno - Torino)

Questo mio è un contributo un po’ anomalo perché cerca di affrontare i motivi del disagio che io, come donna, provo a volte nei confronti del Partito. E quindi in qualche modo esterno al dibattito sulle mozioni, ma è centrale rispetto al problema della monosessualità del Partito che anche le mozioni cercano di affrontare. 
Provo a spiegare, io non ho interesse a rivendicare una maggior presenza delle donne nella struttura del Partito se a questa non corrisponde  la possibilità concreta di agire secondo pratiche politiche femminili. Faccio due esempi, che spero chiariscano in che ambito pongo la mia riflessione, esprimendoli con due coppie di sostantivi che secondo me sono indicativi di pratiche alternative maschili/femminili: mediazione-relazione, delega-mandato.
Porsi nei confronti del diverso in termini di relazione, implica la messa in comune, da una parte e dall’altra, di una quota della propria opinione in favore del raggiungimento di un accordo, che sposta in avanti i termini della questione su cui ci si confronta. E’ uno spostamento qualitativa, che arricchisce: un accordo “relazione” non trascina mai rimpianti, poiché crea un nucleo di solidarietà che unisce i due interlocutori. La mediazione è una contrattazione di tipo “quantitativo”, in cui si rinuncia a un settore della propria opinione per raggiungere un accordo cui si tiene. L’interrogativo che spesso accompagna questo tipo di pratica è: avrò ottenuto abbastanza per quello cui ho rinunciato? E’ il tipico atteggiamento contrattuale di chi ha il potere; nell’esperienza con il governo Prodi, ad esempio, Prc tentava un approccio vagamente “relazionale”, mentre il governo cercava solo di mediare, offrendo dalla sua posizione di forza il minimo indispensabile: un atteggiamento qualitativo contrapposto a uno quantitativo. Discorso analogo è rappresentato dalla coppia mandato-delega, nel quale il mandato assume una funzione di cerniera tra rappresentato e rappresentante, mentre attraverso la delega si incarica il rappresentante di decidere per ognuno di noi in base alla sua esperienza. La coincidenza tra mandato e delega avviene solo in presenza di un controllo affettuoso ma puntiglioso da parte del mandante, ripristinando, per citare il nostro segretario, «la gramsciana “connessione sentimentale” dei gruppi dirigenti con la gente che rappresentano». Non mi risulta che questa sia pratica corrente nel partito, dove il delegato (e quanti ce n’è! Al Congresso, al Comitato politico, in ogni istanza importante del partito non ci sono “mandati” ma sempre “delegati”) assume tutto l’onore e l’onere delle decisioni che prende, spesso più per indicazione verticistica che in seguito a un reale confronto con la base che l’ha eletto. Allora, se io mi muovo come donna secondo accordi relazionali e rappresentanze per mandato, come posso assumere e coerentemente gestire incarichi di partito che queste pratiche spesso sviliscono? Ancor più francamente: come posso condividere un’idea di potere e di gestione del potere che mi è estranea nelle pratiche che so attuare? Da qui il mio disagio. Per finire: non riesco a non pensare a quanto ancora più interessante e fruttuoso avrebbe potuto essere il dibattito tra le mozioni condotto in termini relazionali, con l’obiettivo cioè di superare ambedue le posizioni precostituite per conquistare un equilibrio più avanzato. Invece ci si accontenterà di confrontarsi, e di contare le posizioni di potere conseguenti.