Guido Benni (Comitato politico federale della federazione di Catania)

L’ammissione del quesito referendario ha suscitato copiose reazioni politiche, giornalistiche e a livello del cosiddetto “uomo della strada”. Quasi nessuno riconosce la minima possibilità di una vittoria del fronte del “no” e tutti si battono con lo scopo di evitare ulteriori danni dopo la scontata vittoria dei fautori del maggioritario.
Da questa constatazione discendono considerazioni che un partito di classe non può eludere:
a) Prc a parte, vi è una chiara preoccupazione di tutte le formazioni politiche che osteggiano il referendum, che origina dalla necessità di impedire l’affermarsi di un sistema che le rimuova dagli scranni parlamentari. Ci troviamo, in buona sostanza, davanti a “interessi di bottega”, che antepongono la necessità dell’auto-conservazione, alle finalità sociali rappresentare dallo strumento partito;
b) Il sistema maggioritario è sicuramente funzionale agli interessi della grande borghesia, dei ceti dominanti, a causa della sua indubbia capacità semplificativa del sistema partitico. In altre parole, dietro il bipolarismo, che obbliga alla fusione dei partiti minori attorno a quelli maggiori, si cela lo scopo vero che è quello di privare i ceti subalterni in generale e la classe operaia in particolare, di una propria autonoma rappresentanza nel Parlamento del Paese. Contro questa eventualità, e non per interessi di bottega, si muove l’azione del nostro Partito, tesa non tanto a salvaguardare l’attuale quota proporzionale, quanto a restaurare il sistema proporzionale nella sua integrità;
c) Naturalmente, la grande borghesia, veicolando attraverso i mezzi d’informazione di massa, utilizza un proprio armamentario propagandistico, atto a celare i veri scopi perseguiti. Così, ad esempio, l’attacco alle pensioni viene contrabbandato: oggi come atto contro il debito pubblico, ieri come provvedimento necessario a favorire l’occupazione giovanile, a metterci in linea con l’Europa e così via. Analogamente, la riforma del sistema elettorale, viene presentata come strumento idoneo a garantire la governabilità, a combattere l’instabilità, la corruzione nei partiti, il loro strapotere e risponde ad un sentito tanto diffuso, tra le vaste masse, quanto becero e populistico. Partendo da qui, conviene sviluppare l’analisi su quale debba essere l’atteggiamento più giusto e proficuo del nostro Partito nell’imminente battaglia referendaria. 
Se siamo consapevoli della difficoltà del momento, della attuale sproporzione numerica tra i fautori del “sì” referendario e quelli del “no”, non basta mettersi a lavorare per mutare gli attuali equilibri numerici. Se le grandi masse del nostro paese sono a favore del sistema maggioritario e noi siamo contro, dobbiamo porci un dilemma: «Siamo contro gli interessi delle masse o queste non sono consapevoli dei propri interessi?». La domanda è ovviamente retorica e la risposta scontata. Ma se ci troviamo in presenza di un processo di “qualunquistizzazione” e di generale perdita della coscienza di classe, così come appare anche da altri atteggiamenti di massa (giustizialismo, canea contro gli immigrati, richiesta di uno stato di polizia, ecc.), allora il problema è ben complesso e richiede un lavoro, soprattutto culturale, più articolato che non il semplice far da piazzisti di volantini all’interno del comitato per il “no”. In particolare, la scelta dei nostri “compagni di viaggio” diventa decisiva.
Le forze che si muovono in direzione del maggioritario, nella loro demagogia qualche elemento concreto debbono pur inserirlo. Comprendiamo la pericolosità, per noi e per la battaglia referendaria, di trovarci a fianco di quei partiti che, correndo per gli “interessi di bottega”, danno fiato alle trombe della propaganda antiproporzionalista?
Il Meridione è stato, in questo Paese, un grande serbatoio di voti assoggettato alle forze conservatrici attraverso l’uso del più sfacciato populismo. Oggi, questa fetta d’Italia è attraversata da fremiti e da movimenti di disoccupati cui, giustamente, guardiamo con interesse ma, verso cui, anche la destra populista si rivolge con golosa attenzione. Che effetto avrà su questi cittadini la nostra presenza, nel comitato per il “no”, a fianco di Bossi? Perché non pensiamo a svolgere una nostra autonoma campagna referendaria che ci tenga ben distinti, almeno, dalle vicinanze più compromettenti? Perché non possiamo portare al referendum i nostri voti, con la nostra caratterizzazione, lasciando che la Lega porti i suoi? 
La ricerca di alleanze è una funzione politica giusta e naturale. Se diventa un’ossessione “a qualunque costo”, ci troviamo in presenza di una patologia che ha contribuito, per esempio, allo snaturamento del vecchio Pci. 
La mozione presentata dai compagni della sinistra del Prc in Direzione nazionale mi trova, pertanto, d’accordo.