Lammissione del quesito referendario ha suscitato copiose
reazioni politiche, giornalistiche e a livello del cosiddetto uomo della
strada. Quasi nessuno riconosce la minima possibilità di una vittoria
del fronte del no e tutti si battono con lo scopo di evitare ulteriori
danni dopo la scontata vittoria dei fautori del maggioritario.
Da questa constatazione discendono considerazioni che
un partito di classe non può eludere:
a) Prc a parte, vi è una chiara preoccupazione
di tutte le formazioni politiche che osteggiano il referendum, che origina
dalla necessità di impedire laffermarsi di un sistema che le rimuova
dagli scranni parlamentari. Ci troviamo, in buona sostanza, davanti a interessi
di bottega, che antepongono la necessità dellauto-conservazione,
alle finalità sociali rappresentare dallo strumento partito;
b) Il sistema maggioritario è sicuramente funzionale
agli interessi della grande borghesia, dei ceti dominanti, a causa della
sua indubbia capacità semplificativa del sistema partitico. In altre
parole, dietro il bipolarismo, che obbliga alla fusione dei partiti minori
attorno a quelli maggiori, si cela lo scopo vero che è quello di
privare i ceti subalterni in generale e la classe operaia in particolare,
di una propria autonoma rappresentanza nel Parlamento del Paese. Contro
questa eventualità, e non per interessi di bottega, si muove lazione
del nostro Partito, tesa non tanto a salvaguardare lattuale quota proporzionale,
quanto a restaurare il sistema proporzionale nella sua integrità;
c) Naturalmente, la grande borghesia, veicolando attraverso
i mezzi dinformazione di massa, utilizza un proprio armamentario propagandistico,
atto a celare i veri scopi perseguiti. Così, ad esempio, lattacco
alle pensioni viene contrabbandato: oggi come atto contro il debito pubblico,
ieri come provvedimento necessario a favorire loccupazione giovanile,
a metterci in linea con lEuropa e così via. Analogamente, la riforma
del sistema elettorale, viene presentata come strumento idoneo a garantire
la governabilità, a combattere linstabilità, la corruzione
nei partiti, il loro strapotere e risponde ad un sentito tanto diffuso,
tra le vaste masse, quanto becero e populistico. Partendo da qui, conviene
sviluppare lanalisi su quale debba essere latteggiamento più giusto
e proficuo del nostro Partito nellimminente battaglia referendaria.
Se siamo consapevoli della difficoltà del momento,
della attuale sproporzione numerica tra i fautori del sì referendario
e quelli del no, non basta mettersi a lavorare per mutare gli attuali
equilibri numerici. Se le grandi masse del nostro paese sono a favore del
sistema maggioritario e noi siamo contro, dobbiamo porci un dilemma: «Siamo
contro gli interessi delle masse o queste non sono consapevoli dei propri
interessi?». La domanda è ovviamente retorica e la risposta
scontata. Ma se ci troviamo in presenza di un processo di qualunquistizzazione
e di generale perdita della coscienza di classe, così come appare
anche da altri atteggiamenti di massa (giustizialismo, canea contro gli
immigrati, richiesta di uno stato di polizia, ecc.), allora il problema
è ben complesso e richiede un lavoro, soprattutto culturale, più
articolato che non il semplice far da piazzisti di volantini allinterno
del comitato per il no. In particolare, la scelta dei nostri compagni
di viaggio diventa decisiva.
Le forze che si muovono in direzione del maggioritario,
nella loro demagogia qualche elemento concreto debbono pur inserirlo. Comprendiamo
la pericolosità, per noi e per la battaglia referendaria, di trovarci
a fianco di quei partiti che, correndo per gli interessi di bottega,
danno fiato alle trombe della propaganda antiproporzionalista?
Il Meridione è stato, in questo Paese, un grande
serbatoio di voti assoggettato alle forze conservatrici attraverso luso
del più sfacciato populismo. Oggi, questa fetta dItalia è
attraversata da fremiti e da movimenti di disoccupati cui, giustamente,
guardiamo con interesse ma, verso cui, anche la destra populista si rivolge
con golosa attenzione. Che effetto avrà su questi cittadini la nostra
presenza, nel comitato per il no, a fianco di Bossi? Perché non
pensiamo a svolgere una nostra autonoma campagna referendaria che ci tenga
ben distinti, almeno, dalle vicinanze più compromettenti? Perché
non possiamo portare al referendum i nostri voti, con la nostra caratterizzazione,
lasciando che la Lega porti i suoi?
La ricerca di alleanze è una funzione politica
giusta e naturale. Se diventa unossessione a qualunque costo, ci troviamo
in presenza di una patologia che ha contribuito, per esempio, allo snaturamento
del vecchio Pci.
La mozione presentata dai compagni della sinistra del
Prc in Direzione nazionale mi trova, pertanto, daccordo.