Claudio Bellotti
(Comitato Politico Nazionale) Uno dei temi fondamentali del nostro dibattito riguarda
la posizione che come comunisti dobbiamo tenere di fronte ai tentativi
di svolta nelle politiche economiche che da molte parti si va proponendo.
In particolare il ministro delle finanze tedesco Lafontaine si sta distinguendo
come propugnatore di politiche economiche espansive di stampo neokeynesiano.
Questa svolta (per la verità più a parole che nei fatti,
almeno per ora), è la logica reazione di fronte ai rischi di recessione
economica e alle conseguenze delle politiche restrittive del patto di
stabilità. E necessario quindi un serio dibattito nel partito
sulla reale portata di questa svolta, su quali sono i motivi che la alimentano
e quali saranno le ricadute sui lavoratori. Il documento di Bertinotti
dà due risposte completamente contraddittorie. Infatti da un lato
si afferma, correttamente, che oggi non vi sono più i margini per
un riformismo redistributivo; dallaltro lato, però, si trae una
conclusione opposta alle premesse, dando una adesione dichiarata alle politiche
neokeynesiane che oggi cominciano ad essere avanzate da più parti.
Ci pare che in questa posizione sia contenuto uno degli errori fondamentali
del documento. Oggi le politiche keynesiane non hanno alcuna possibilità
di successi significativi nella lotta contro gli effetti della crisi. In
primo luogo, perché sia gli Stati (soprattutto in Europa e in particolare
in Italia) che le imprese e le famiglie sono sommersi da pesantissimi debiti
che non permetteranno grandi investimenti pubblici. Il Giappone, che è
il paese che più ha introdotto capitali nelleconomia (opere pubbliche,
ecc.) è riuscito in un decennio a far aumentare il proprio debito
pubblico dal 40 al 100% del Pil, con un deficit annuo del 10%, pari cioè
a quello dellItalia nei momenti peggiori. Questa iniezione di fondi non
ha impedito a quel paese di precipitare in una crisi profonda, la peggiore
da 50 anni. Il keynesismo ha avuto un ruolo di stimolo alleconomia negli
anni 50-70, quando il capitalismo era in un ciclo di boom che aveva altre
cause; finito il boom, il keynesismo produsse solo inflazione e indebitamento.
Fu proprio questa la causa del suo abbandono e del sorgere del monetarismo.
A lungo andare, quello che è decisivo su scala mondiale non è
quale politica economica adotta il capitalismo: nelle condizioni odierne,
monetarismo e keynesismo non sono altro che due strade per arrivare allo
stesso disastro. In secondo luogo, è unutopia pensare che se la
borghesia deciderà, come è probabile, di allentare un po
i cordoni della spesa per ridare fiato alleconomia, questo possa essere
in gran parte orientato a spese sociali. La parte del leone la faranno
le opere pubbliche parassitarie, in parte le infrastrutture, le spese militari,
gli incentivi al consumo del tipo di quelli concessi sulle auto, in una
parola misure che oltre ad aumentare la domanda di mercato costituiscono
un aiuto diretto alle imprese. Il 1999 sarà un anno di difficoltà
economiche a livello internazionale, difficoltà che si ripercuoteranno
in modo particolare sulleconomia italiana che continua a essere uno degli
anelli deboli dellUnione europea, come dimostra anche la crescita rachitica
(circa +1,5% del Pil) del 1998. Nelleconomia e nella finanza mondiale
i problemi si stanno accumulando senza che nessuno abbia le forze, cioè
i mezzi, per dare una soluzione. La crisi economica che cominciata in Asia
non è affatto terminata, al contrario: londa non fa che spostarsi
da un punto allaltro del pianeta, dalla Thailandia alla Malesia, allIndonesia,
alla Corea, alla Russia, al Sudamerica, al Sudafrica... dietro allonda
del panico finanziario arrivano la crisi sociale, le ristrutturazioni,
e i primi lampi delle rivoluzioni e delle guerre civili (Malesia, Indonesia,
Corea) che ne saranno a lungo termine la conseguenza.
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