Documento alternativo
Per un progetto comunista
Per un'opposizione di classe
al centrosinistra, oggi e domani
Per una prospettiva socialista
come unica alternativa di società
Per una riforma profonda del
nostro partito
Presentato da Marco Ferrando, Franco Grisolia, Francesco
Ricci
Premessa: il significato del
IV Congresso
Il IV Congresso del Prc riveste unimportanza particolare.
Dopo due anni di sostegno al governo Prodi e alla luce
dellattuale ricollocazione allopposizione, esso è chiamato a definire
un bilancio dellesperienza compiuta, una nuova linea politica, una coerente
prospettiva strategica per la Rifondazione comunista.
Il nostro partito attraversa un momento difficile, ma
al tempo stesso segnato da nuove grandi potenzialità.
La scelta della rottura col governo Prodi democraticamente
sancita dal 70% del Comitato politico nazionale; la scelta di opposizione
al governo DAlema, esaltato dal capitale finanziario, rappresentano fatti
importanti e positivi, che restituiscono il nostro partito al suo ruolo
naturale di rappresentanza indipendente della classe lavoratrice e delle
masse oppresse.
Per questo il partito è oggi sotto attacco di
unaggressiva campagna dominante che nega il nostro diritto ad unautonoma
rappresentanza parlamentare. Per questo il partito ha subito una scissione
burocratica e opportunistica di parte rilevante dei suoi gruppi dirigenti
e della sua rappresentanza istituzionale, attratta irresistibilmente dal
centrosinistra e dalle classi dominanti che lo sostengono.
Il congresso chiama innanzitutto linsieme del partito,
al di là delle differenze politiche interne, a reagire unitariamente
con tutte le proprie forze alloffensiva avversaria e a rilanciare la presenza
e la lotta dei comunisti.
Ma il rilancio del partito e della sua iniziativa deve
accompagnarsi, tanto più ora, ad una riflessione vera e profonda
sul bilancio di questi anni e sul nostro futuro.
Dobbiamo riconoscere, alla luce dellesperienza, e per
spirito di verità, che il sostegno accordato per due anni al governo
Prodi ha rappresentato per il nostro partito un grave errore. La tesi di
un centrosinistra permeabile alle ragioni sociali dei lavoratori e dei
comunisti si è rivelata infondata. La strategia del compromesso
sociale riformatore (come fu definita dal precedente congresso) con le
classi dominanti e il loro personale politico ha conosciuto una smentita
profonda.
E un fatto: mentre il Prc, in due anni, non ha realizzato
un solo obiettivo del programma proposto per i primi 100 giorni della legislatura,
il governo ha realizzato, col nostro voto determinante, il programma generale
dei banchieri e delle grandi famiglie del capitalismo italiano. E infatti,
dopo due anni, la borghesia italiana risulta incomparabilmente più
forte, il movimento operaio e le classi subalterne profondamente più
deboli, disgregate, demoralizzate. E alla lunga il nostro stesso partito
ha finito col subire sulla propria pelle i contraccolpi del sostegno al
governo esponendosi prima a un logoramento e poi alla scissione: linqualificabile
scissione di quella parte del gruppo dirigente che, dopo anni di sostegno
a finanziarie di lacrime e sangue, ha finito con lo scegliere il governo
contro il proprio partito.
Proprio da questo bilancio generale, e non solo dai tratti
dellultima finanziaria, discende la giustezza della nostra ricollocazione
allopposizione, con i positivi effetti di rivitalizzazione che essa ha
generato sul partito. Ma il ritorno allopposizione, pur necessario, non
è sufficiente. Dal bilancio di verità del corso politico
passato occorre trarre unindicazione nuova e di svolta per il futuro:
unindicazione nuova, politica e strategica, che assumendo fino in fondo
le lezioni dellesperienza, eviti il suo possibile ripetersi.
Lesperienza che abbiamo vissuto ha indicato la vera natura
del centrosinistra, quale formula scelta dal grande capitale per imporre
pacificamente alle masse la propria politica di austerità e sacrifici
entro la cornice del patto sociale. Il nuovo governo DAlema-Cossiga, che
pur modifica forme ed equilibri del centrosinistra, prosegue e rafforza
lispirazione di classe del governo Prodi.
Lopposizione nostra al centrosinistra e al nuovo governo
non può essere allora unopposizione cosiddetta costruttiva, e
comunque proiettata a riaprire il varco in prospettiva a un nuovo negoziato
di governo, per un equilibrio più avanzato.
Né può combinarsi col nostro sostegno a
quei governi locali di centrosinistra, in particolare nelle Regioni e nelle
grandi città, che oggi gestiscono le finanziarie nazionali e sono
sempre più interni alla concertazione.
La nostra opposizione al governo di centrosinistra devessere
reale, radicale, coerente, in quanto opposizione di classe alle classi
dominanti che lo sostengono. Devessere dunque unopposizione a DAlema
così come ai Rutelli, ai Castellani, ai Cacciari. Devessere unopposizione
tesa a rilanciare contro il governo e il blocco sociale dominante un movimento
di massa dei lavoratori, delle lavoratrici, delle masse oppresse e sfruttate,
in un duro e difficile lavoro di ricomposizione unitaria di un blocco sociale
alternativo per un ribaltamento dei rapporti di forza tra le classi. Devessere
per questo unopposizione radicale agli stessi apparati burocratici del
sindacato quali vere e proprie agenzie della borghesia italiana tra le
masse, fuori da ogni illusione di loro condizionamento.
Lungi dallalimentare tra le masse lillusione di un possibile
centrosinistra dallequilibrio più avanzato, dobbiamo liberare le
masse da ogni illusione verso il centrosinistra, ricostruendo le ragioni
di una loro indipendenza di classe: per quel ribaltamento dei rapporti
di forza a sinistra tra comunisti e Ds che è condizione decisiva
per una nuova prospettiva del movimento operaio italiano.
Lesperienza vissuta ci indica parallelamente la necessità
di un nuovo indirizzo strategico e programmatico del nostro partito, entro
una riflessione ampia e profonda sulla svolta depoca del nostro tempo.
Il fallimento obiettivo del compromesso sociale riformatore
col governo Prodi e col centrosinistra non ha un significato occasionale
ma di fondo. Ciò che abbiamo verificato, in una drammatica esperienza
collettiva, è il carattere obiettivamente utopico e illusorio di
unipotesi riformistica sullo sfondo della crisi strutturale del capitalismo
mondiale, della nuova selvaggia competizione tra i blocchi imperialistici,
delle implicazioni strutturali dellintegrazione imperialistica dellEuropa.
Non a caso la stessa ispirazione keynesiana di Lafontaine e di Jospin,
nel cuore dellEuropa si sta risolvendo nella gestione temperata delle
politiche di rigore, flessibilità, privatizzazione, entro quei parametri
di Maastricht che le socialdemocrazie europee continuano a sostenere nellinteresse
delle proprie borghesie: spesso incontrando, come in Francia, le prime
importanti reazioni di massa.
Il nostro partito non può dunque indicare nelle
socialdemocrazie europee né un modello di riferimento né
la riprova della praticabilità del riformismo o di un equilibrio
più avanzato del centrosinistra italiano. Non può riproporre
lillusione di unalternativa di società come pura alternativa
al liberismo, separata e distinta da unalternativa anticapitalistica.
Deve invece trarre una conclusione di segno opposto: la necessità
di ricercare una risposta alternativa, strategica e programmatica, alla
crisi del capitalismo e di un riformismo senza riforme. Una risposta che
leghi, nellazione quotidiana, i concreti obiettivi immediati di lotta
alla prospettiva dellalternativa di sistema. Una risposta anticapitalistica
e comunista.
La radicalità dellalternativa anticapitalistica
non nasce dunque da un imperativo ideologico astratto: ma dalla radicalità
di una crisi sociale e di civiltà che la crisi capitalistica trascina
con sé sullintero pianeta. In un mondo in cui più di 3 miliardi
di persone vivono con meno di tremila lire al giorno, mentre le tre persone
più ricche concentrano nelle proprie mani la somma del Prodotto
interno lordo dei 48 paesi più poveri, le illusioni riformiste rivelano
la loro totale inconsistenza.
Il comunismo moderno non è nato per porre rattoppi
- oltretutto illusori - allordine esistente. E nato per costruire un
ordine nuovo della società umana.
Questa finalità di fondo va rilanciata con forza
recuperando lispirazione rivoluzionaria del marxismo e al tempo stesso
attualizzandone e aggiornandone lapplicazione, sulla base di una riflessione
autentica sullesperienza del comunismo di questo secolo e di unanalisi
concreta e puntuale delle nuove emergenze del nostro tempo.
E questo il senso, oggi, della stessa rifondazione comunista.
Il IV Congresso deve avviare finalmente questa ricerca
di fondo, evitando lennesimo rinvio in nome del primato della politica:
per i comunisti la politica non può essere separata dai fini generali
che perseguono, e proprio leterno rinvio della definizione dei fini programmatici
ha prodotto grandi guasti sulla nostra politica e sul nostro partito.
Al contempo, questa svolta di linea e di ispirazione strategica
deve accompagnarsi ad una riforma profonda della vita e del modo di essere
del partito. Non deve più ripetersi la drammatica divaricazione
fra Rifondazione e i suoi eletti che per due volte in pochi anni ha drasticamente
ridotto la rappresentanza dei comunisti nelle istituzioni ed ha esposto
la stessa vita del partito a gravissimi rischi. Va superata ogni forma
di burocratismo e di penalizzazione delle istanze inferiori ad opera di
quelle superiori. Il rispetto della massima democrazia interna e anche
la premessa per una più forte unità reale e non unanimistica,
per la piena valorizzazione a tutti i livelli di tutte le risorse disponibili,
per stimolare lo sforzo comune per costruire un partito più organizzato,
radicato, preparato; un partito meglio in grado di svolgere la sua funzione
fondamentale, quella di essere strumento collettivo della battaglia per
la trasformazione rivoluzionaria dello stato di cose presenti.
1. Un bilancio di verità
Il bilancio del sostegno al governo Prodi è un
atto doveroso del nostro partito. Non fare un bilancio dei nostri errori
ci condannerebbe infatti a ripeterli. Il bilancio non interroga solo il
passato ma il nostro futuro e la prospettiva stessa dellalternativa. Per
questo è necessario un bilancio di verità, scevro di ogni
tentazione propagandistica, e invece capace di chiamare le cose con il
loro nome.
1.1 Un corso politico smentito
Il III° congresso del Prc varò un corso politico
nuovo che motivava il nostro ingresso nella maggioranza del governo Prodi
con tre ordini di argomenti tra loro intrecciati:
a) la possibilità, a partire dalla nuova dislocazione,
di condizionare in senso riformatore lindirizzo generale del governo e
del centrosinistra;
b) la funzione positiva della nostra collocazione in
maggioranza come sponda di una possibile ripresa del movimento di massa
e del conflitto sociale;
c) la necessità di quella collocazione ai fini
del consolidamento della vittoria democratica del 21 aprile 96.
Dopo due anni è onesto riconoscere che questa
impostazione politica ha registrato un sostanziale fallimento, su tutti
e tre i piani indicati.
(a) Il governo Prodi ha rappresentato non solo un governo
incapace di ogni svolta riformatrice ma un governo profondamente controriformatore
in ogni articolazione della sua politica e della sua impostazione programmatica.
Il programma dellUlivo assunse esplicitamente come proprio cardine il
completamento della transizione italiana allEuropa di Maastricht e alla
II Repubblica, facendo proprio il disegno di fondo del grande capitale
finanziario e delle classi dominanti del Paese. Il governo Prodi ha perseguito
organicamente quel programma generale, caricandosi di una funzione storica
agli occhi della borghesia italiana. E proprio la borghesia italiana ha
rappresentato per due anni il diretto supporto materiale di quel governo
e della sua azione.
Il governo Prodi ha realizzato innanzitutto una gigantesca
operazione di risanamento capitalistico del bilancio statale, la più
imponente in Occidente. Ha realizzato il primato delle privatizzazioni
in Europa, con particolare incidenza nei settori strategici della produzione
e del sistema bancario. Ha promosso la riforma privatistica e liberistica
di interi comparti della vita pubblica, come nel caso della sanità,
della scuola, delle ferrovie, delle poste, delle telecomunicazioni, del
commercio, e avviato la completa liberalizzazione del mercato degli affitti,
con gravi conseguenze soprattutto per le masse lavoratrici. Ha realizzato
un salto impressionante delle politiche di flessibilizzazione della forza
lavoro (v. pacchetto Treu), oggi, per ammissione generale, la più
flessibile dEuropa. Ha varato una legislazione reazionaria sullimmigrazione
in omaggio ai dettami di Schengen, basata sul primato delle espulsioni,
sui centri lager, sulla campagna contro i clandestini. Ha inaugurato
una nuova politica estera attenta ad espandere gli interessi e le posizioni
strategiche dellimperialismo italiano nello scacchiere dei Balcani in
Medioriente, in America Latina.
Questo programma generale ha prodotto, in due anni conseguenze
sociali devastanti. Mentre i profitti padronali hanno conosciuto unascesa
straordinaria conseguendo il record decennale nel 97, il potere dacquisto
dei salari e degli stipendi ha proseguito la propria caduta; la disoccupazione
di massa, il precariato, la povertà hanno raggiunto nuove drammatiche
vette; il Mezzogiorno dItalia, in particolare, non solo ha conosciuto
un nuovo impoverimento ma ha accresciuto la propria dipendenza strutturale
dai grandi monopoli italiani ed europei sotto il peso di politiche neocolonialiste.
(b) Questa politica controriformatrice si è combinata
con una straordinaria pace sociale. I livelli di combattività sociale,
sullo sfondo del governo Prodi, hanno conosciuto il punto più basso
dellintero dopoguerra: il volume degli scioperi, in particolare, ha registrato
il livello minimo dalla caduta del fascismo. Il quadro di concertazione
garantito in primo luogo dal Ds e dagli apparati sindacali, ha inibito
le capacità di reazione della classe operaia. E la passività
della classe lavoratrice a fronte dellarretramento ulteriore della sua
condizione materiale ha privato ogni altro settore di massa di un riferimento
unificante ed egemone. Così, dopo due anni, nei luoghi di lavoro,
nel territorio, nella società italiana, i rapporti di forza tra
le classi hanno conosciuto unulteriore pesante involuzione a vantaggio
del blocco dominante. Più ancora dellimponenza delle misure realizzate
a favore dei profitti, questo ha rappresentato il principale successo strategico
del governo.
(c) La politica sociale del governo entro il quadro della
pace sociale ha consentito il consolidamento complessivo delle destre e
del loro blocco di riferimento, oggi potenzialmente maggioritario. Il centrodestra
ha potuto beneficiare per due anni sia del proprio monopolio dellopposizione
(che spesso peraltro mascherava ripetute convergenze consociative con lUlivo),
sia della legittimazione e rincorsa di umori reazionari da parte del governo
(v. immigrazione, riforme istituzionali e difesa dellesercito sul caso
Somalia), sia gli effetti di passivizzazione e spoliticizzazione ulteriore
a livello di massa indotti dal quadro generale. Tutto questo ha consentito
alle destre una pericolosa sintonia con il senso comune diffuso di ampi
settori di massa, ben al di là del loro bacino elettorale, unito
allo sviluppo di una più ampia base militante e capacità
di mobilitazione.
Il IV Congresso riconosce dunque levidenza: il sostegno
del Prc al governo Prodi ha mancato obiettivamente gli scopi dichiarati.
1.2 Il nostro voto al programma di
Maastricht
Tuttavia laspetto davvero più grave non è
dato dal mancato conseguimento degli obiettivi nostri; è dato dal
nostro sostegno determinante, per due anni, agli obiettivi opposti del
governo di centrosinistra.
Il nostro voto alle leggi finanziarie del governo nel
96 e nel 97, al pacchetto Treu, alle privatizzazioni, alla rottamazione,
alla riforma delle aliquote Irpef, alle leggi razzistiche sullimmigrazione
ha rappresentato qualcosa di più di un errore: ha costituito un
sostegno al cuore del programma strategico della borghesia italiana, contribuendo
a un rafforzamento decisivo delle sue posizioni di forza.
Il nostro partito si era presentato alle elezioni del
96 con un Programma dei 100 giorni segnato da un assunto centrale e
testuale: ´Ci opporremo con ogni mezzo a leggi o provvedimenti legati
ai parametri di Maastricht. Per due anni abbiamo capovolto esattamente
questo impegno. Certo, il Prc ha negoziato e contrattato, talora anche
duramente, col governo. Ma ha negoziato il programma del governo, forme,
tempi, misure della sua realizzazione, non il proprio programma. Né
realisticamente poteva entro le compatibilità politiche e sociali
di una maggioranza segnata dagli interessi della borghesia italiana.
In questo quadro aver spesso esaltato gli accordi stipulati
col governo, come nel caso della Finanziaria del 96 (Una finanziaria
di svolta) o del pacchetto Treu (sbloccata la politica per loccupazione)
o della finanziaria del 97 (spostamento a sinistra dellasse politico
e
programmatico del governo) ha rappresentato un fatto profondamente negativo:
nello stesso rapporto di verità col partito e con le masse. Tanto
più oggi è un grave errore continuare a rivendicare il contributo
positivo del Prc al conseguimento dellEuro come titolo morale per chiedere
la svolta riformatrice: nella costituzione materiale dellattuale Europa
imperialistica proprio il perseguimento della moneta unica ha dettato strutturalmente
le politiche liberiste e i relativi sacrifici.
E lesperienza ci ha confermato una volta di più
che proprio la logica dei due tempi (prima i sacrifici, poi le riforme)
va respinta dai comunisti, non rivendicata.
1.3 Il nostro contributo alla pace
sociale
Il nostro sostegno al centrosinistra e alle sue politiche
ha coinvolto il Prc, obiettivamente, nel quadro della concertazione, ossia
nel quadro di consolidamento della pace sociale. Certo: impugnando, allinterno
della maggioranza, le ragioni simboliche dei lavoratori, abbiamo per
un certo periodo suscitato attenzione e simpatia in reali settori di massa
che, sfiduciati nella propria forza, erano portati ad affidarsi alla nostra
presenza come fattore di garanzia. Ma abbiamo con ciò favorito
un affidamento passivo, non una dinamica di mobilitazione. Abbiamo anzi
favorito illusioni sul governo e sul nostro stesso ruolo nella maggioranza,
non una presa di coscienza sulla natura di classe dellesecutivo: col risultato
oltretutto di esporci alleffetto di ritorno della prevedibile delusione.
Per tutto questo abbiamo contribuito obiettivamente, per due anni, al di
là delle nostre intenzioni, alla pace sociale in Italia e, con essa,
allulteriore pesante involuzione dei rapporti di forza tra le classi.
2. Per un nuovo corso politico
Proprio dal bilancio chiaro e onesto del fallimento obiettivo
del corso politico precedente dobbiamo trarre lindicazione di una svolta
reale di linea politica e di prospettiva. Perché ciò che
è accaduto non possa ripetersi più.
La rottura consumatasi col governo Prodi non può
assumere un respiro contingente ma di fondo.
Non può essere motivata solamente in base ai caratteri
dellultima finanziaria, del tutto analoghi alle finanziarie precedenti,
ma in base a un bilancio complessivo del centrosinistra e della maggioranza
del 21 aprile. Non può essere motivata e vissuta come registrazione
di un compromesso mancato, ma come nostra rottura con la politica del compromesso,
per loggi e per il domani.
Non può essere un passo indietro oggi per farne
due avanti domani, lungo il medesimo cammino: devessere lavvio di un
altro cammino, di un altro corso politico.
2.1 Imperialismo italiano e II Repubblica
Il capitalismo italiano ha conseguito da molto tempo
una sua maturità imperialistica. Non solo non rappresenta più
un capitalismo straccione ma partecipa al consesso dei paesi dominanti
su scala mondiale e quindi alla spartizione di materie prime, zone di influenza,
aree di dominio e di oppressione sui paesi dipendenti. In questo quadro
le pressioni della crisi capitalistica internazionale, il crollo dellUrss,
lo sviluppo del polo imperialistico europeo hanno esercitato un effetto
decisivo sulla crisi della I Repubblica e sulla svolta storica in atto
in Italia, a partire dal 92. Da un lato, la crisi capitalistica internazionale
e il forte rilancio, in condizioni nuove, delle contraddizioni interimperialistiche
hanno indotto limperialismo italiano ad affrontare il fardello strutturale
dei propri ritardi e distorsioni. Dallaltro lato, il crollo dellUrss
ha dissolto, parallelamente, il vero fondamento storico della discriminazione
borghese verso il vecchio gruppo dirigente del Pci in ordine al suo possibile
accesso al governo: perciò stesso ha consentito al capitale finanziario
un distacco dalle proprie vecchie rappresentanze della I Repubblica (il
vecchio blocco assistenziale Dc-Psi), precipitate negli scandali e abbandonate
al loro destino, e lavvio di una profonda ricomposizione della propria
rappresentanza e degli stessi assetti istituzionali.
E questa la cornice della transizione italiana che ha
dominato la vicenda degli anni Novanta, sullo sfondo delle sconfitte della
classe operaia. Un processo complesso che non risponde a pianificazioni
lineari, ma nel quale sono ben individuabili gli assi strategici portanti
e le loro basi di classe.
1) Sul piano economico la grande borghesia ha esteso e
consolidato, in misura rilevante, le proprie basi materiali. Il processo
di privatizzazione di settori strategici delleconomia come il credito,
lenergia e le telecomunicazioni, lapertura privatistica del sistema pensionistico,
la ristrutturazione e concentrazione del sistema del credito, concorrono
ad allargare la base del capitale finanziario, con lulteriore rafforzamento
del peso specifico dei grandi monopoli, a partire dalla Fiat, principali
beneficiari delle privatizzazioni (v. caso Telecom). Alla vigilia della
moneta unica europea limperialismo italiano si presenta dunque con un
peso strutturale sensibilmente accresciuto, cui corrisponde, non a caso,
unaccresciuta proiezione nella politica estera. Una attività diplomatica
alle dirette dipendenze dei grandi monopoli, ma anche di una media industria
diffusa e rapace, entrambi interessati non solo e non tanto allallargamento
delle esportazioni ma ad un nuovo massiccio investimento imperialistico
favorito dai vasti processi di privatizzazione in corso negli stessi paesi
dipendenti su commissione del Fmi.
2) Parallelamente, la borghesia italiana ha il problema
di governare limpatto sociale delle politiche indotte dal suo ulteriore
salto imperialistico e dallintegrazione europea. Limpoverimento materiale
e la frammentazione di vasti settori di classe; lallargamento di una disoccupazione
strutturale e del lavoro precario; le dinamiche di proletarizzazione di
strati inferiori della piccola borghesia; il precipitare delle condizioni
sociali di vaste masse del Mezzogiorno; configurano, agli occhi della borghesia,
la massa critica potenziale di una pericolosa esplosione sociale. Peraltro
la divaricazione che investe la piccola e media borghesia nel quadro dellintegrazione
europea, con lemergere soprattutto al Nord-Est di un suo strato superiore
arricchito, autonomistico e corporativo, produce elementi di contraddizione
nuova nello stesso blocco sociale dominante.
2.2 Il centro sinistra, formula privilegiata
della grande borghesia
Alle proprie necessità di classe la borghesia
risponde con unazione strategica dislocata su piani diversi ma complementari:
a) la riorganizzazione dello Stato, in funzione di un
più stabile assetto istituzionale antioperaio e antipopolare;
b) Il bipolarismo politico in funzione della stabilità
di governo e della compressione delle rappresentanze autonome delle classi
subalterne;
c) il centrosinistra quale formula di governo.
Entro la scelta bipolare, il centrosinistra si configura
come riferimento privilegiato delle grandi famiglie capitalistiche e più
in generale del capitale finanziario. Il personale politico di centrosinistra
seppur diversamente organizzato era già riferimento essenziale della
borghesia italiana nel 92 e nel 93 allorché i governi Amato e
Ciampi iniziarono la transizione italiana. La sconfitta del polo dei
progressisti e la vittoria delle destre nel 94 rappresentò un momento
di contraddizione che indusse la borghesia per un breve periodo a verificare
sul campo la carta Berlusconi. Ma anche in quel breve passaggio il rapporto
del capitale finanziario con le destre fu di utilizzo strumentare, non
di riferimento strategico (Se Berlusconi vince, vince per tutti; se perde,
perde da solo, dichiarò Agnelli). E proprio la sconfitta strategica
del governo Berlusconi - rivelatosi incapace di gestire sia una concertazione
stabile, sia uno scontro risolutivo vincente - ha riattivato linvestimento
borghese nel centrosinistra: prima nellUlivo e nel governo Prodi, ora
nel nuovo governo DAlema.
La scelta politica del centrosinistra da parte della
grande borghesia non ha certo valore definitivo o ideologico, ma neppure
carattere contingente, bensì una valenza strategica di fase.
a) Il personale politico del centrosinistra è
un personale sperimentato con solide radici nellapparato dello Stato e
nella tecnocrazia borghese, spesso selezionato dagli stessi ambienti del
capitale finanziario, conosciuto dalla diplomazia borghese europea e internazionale.
b) La composizione politica e le radici sociali del centrosinistra
sono funzionali alla strategia della concertazione, ossia alla pacifica
subordinazione del movimento operaio alle compatibilità della crisi
capitalistica, dellintegrazione europea, della transizione alla II Repubblica,
attraverso la collaborazione stabile e istituzionalizzata con le sue burocrazie
dirigenti.
c) La coalizione di centrodestra, dopo la caduta del
governo Berlusconi ha visto acuirsi profondamente le proprie contraddizioni.
Forza Italia ha conosciuto e conosce una crisi irrisolta determinata ad
un tempo dallappannamento sensibile della sua leadership, dal permanente
condizionamento degli interessi aziendali della Fininvest, dallimpasse
della sua politica di alleanze (dopo la rottura con la Lega). La lotta
apertasi per legemonia nel Polo ha a sua volta moltiplicato i fattori
di difficoltà della coalizione alimentando spinte centrifughe e
trasformistiche senza peraltro configurare una alternativa di direzione
a Forza Italia. E tali difficoltà, a loro volta, hanno favorito
lulteriore consolidamento del rapporto privilegiato tra centrosinistra
e blocco sociale dominante.
2.3 Lapparato Ds, come agenzia delle
classi dominanti nel movimento operaio
I Democratici di sinistra sono larchitrave del centrosinistra,
il tassello strategico del suo disegno. Il loro apparato è oggi
il mezzo di arruolamento nel centrosinistra di una parte importante delle
masse lavoratrici in funzione di una loro integrazione subalterna nel blocco
con la borghesia.
La cultura di riferimento della larga maggioranza del
gruppo dirigente dei Ds ha conosciuto una deriva liberale, segnata dal
distacco per molti aspetti dalla stessa tradizione riformista della socialdemocrazia.
Si tratta peraltro del riflesso italiano dellevoluzione liberaleggiante
di parte importante della socialdemocrazia europea.
Ma i Ds non sono solamente un insieme di culture, programmi
e politiche. Lapparato burocratico dei Ds, nellinsieme della sua espressione
politica e sindacale, è il principale strumento di controllo della
classe operaia e delle sue potenzialità di conflitto. Il radicamento
sociale dei Ds presso le masse politicamente attive è esattamente
funzionale a tale scopo. E tale controllo sulla classe lavoratrice resta
il fattore di perdurante diversità tra i Ds e un partito liberale
tradizionale. Peraltro proprio per questo lapparato Ds è utile
alla borghesia e indispensabile al centrosinistra: è individuato
come unico possibile garante, tra le masse, di una politica concordata
di sacrifici e restrizioni. Simmetricamente è questa la stessa dote
contrattuale che i Ds portano alle classi dominanti e al loro Stato per
ottenerne il riconoscimento politico ed accrescere il peso del proprio
apparato burocratico nel sistema borghese.
2.4 Lesecutivo DAlema, governo del
grande capitale
Il governo DAlema rappresenta il punto dincontro più
avanzato negli anni Novanta delle strategie convergenti del capitale finanziario
e della burocrazia dirigente dei Ds. Esso non costituisce affatto lespressione
di una Grosse Koalition, ossia di unalleanza tra forze di centrosinistra
e forze di centrodestra, diversa e alternativa al centrosinistra. Rappresenta,
al contrario, lespressione più nitida del centrosinistra e della
sua strategia, come tale salutata dal grande capitale.
Sarebbe un errore attribuire lapertura di credito della
borghesia al governo alla presenza in esso dellUdr di Cossiga. La presenza
dellUdr nellesecutivo ha certo un significato importante nella dinamica
di ricomposizione degli assetti del centrosinistra. Rafforza il versante
di centro della coalizione, condiziona ulteriormente a destra, su alcuni
terreni specifici, la politica del centrosinistra, crea un quadro di governo
più omogeneo sotto il profilo programmatico. Ma non è lUdr
di Cossiga il referente centrale della borghesia italiana, né la
ragione essenziale del suo sostegno al governo. Il capitale finanziario
sostiene attivamente questo governo per altre prioritarie ragioni di classe:
a) Il governo DAlema segna una rassicurante continuità
di fondo, politica e programmatica col governo Prodi. Una continuità
materializzata dalla legge finanziaria e più in generale dal proseguo
delle politiche di risanamento, flessibilità, privatizzazioni, con
nuovo travaso di imponenti ricchezze nelle mani del grande capitale. Le
scelte del governo in ordine alla liberalizzazione-privatizzazione dellEnel,
alla legislazione sugli straordinari, alla scuola, alla soppressione dellequo
canone (purtroppo votata anche dal nostro partito!), segnano peraltro un
significativo rafforzamento, nella continuità, della politica borghese
del centrosinistra. Il quale, libero dalla necessità di negoziare
il proprio programma col nostro partito, può procedere sulla medesima
strada con maggiore linearità.
b) La composizione ministeriale dellesecutivo dà
al programma del governo una particolare credibilità. La conferma
dei ministri economici del governo Prodi, il valore aggiunto di un nuovo
ministro del lavoro (Bassolino) che ha fatto della propria giunta napoletana
un laboratorio avanzato delle politiche di concertazione; il ritorno ministeriale
di Giuliano Amato, già sperimentato sul campo come ariete di sfondamento
contro le pensioni; rappresentano un elemento importante dellapprezzamento
borghese. Ma è soprattutto la figura e il ruolo di Massimo DAlema
ad incarnare, entro la formula del centrosinistra, le aspettative della
borghesia: il leader della socialdemocrazia italiana, proprio in quanto
riferimento maggioritario del movimento operaio, si presenta come il capo
di governo più idoneo a garantire la continuità della pace
sociale.
c) Proprio la ridefinizione e il rilancio del patto sociale
è il promettente biglietto desordio del nuovo governo. La concertazione
viene estesa ai sindaci sia come terminali politici sia come rappresentanti
di interessi locali in forte crescita (v. municipalizzate); viene estesa
al cosiddetto terzo settore (non profit) e cioè a quel coacervo
di ben robusti interessi che è cresciuto allombra della demolizione
dello stato sociale e ambisce da tempo ad un maggior peso politico ed economico;
viene estesa più direttamente che in passato al variegato mondo
delle corporazioni piccole medio borghesi, prodighe infatti di elogi inediti
verso il centrosinistra. La socialdemocrazia mira dunque ad assicurare
allimperialismo italiano una più solida base sociale di supporto
entro il sistema di coinvolgimento di una più ampia platea di soggetti.
E il terreno su cui il governo ottiene il pieno coinvolgimento della Cisl
e la subordinazione completa, sempre più netta, della burocrazia
Cgil.
Tutto questo non significa naturalmente che il nuovo quadro
politico sia privo di contraddizioni. Al contrario: la convivenza di due
disegni divaricati sul terreno della rifondazione bipolare (tra Ds e Udr),
la penalizzazione dellarea ulivista, le nuove difficoltà del Ppi
nella stretta tra Prodi e Udr possono agire come fattore di instabilità:
sia sul terreno accidentato della riforma elettorale ed istituzionale,
sia in occasione della prossima elezione del Presidente della Repubblica.
Ma, ciò nonostante, il governo DAlema è uno dei governi
più autorevoli degli ultimi venti anni agli occhi della borghesia
italiana. Parte col sostegno di tutte le forze che contano allinterno
del blocco dominante: le stesse forze che hanno sostenuto Prodi e che oggi
pensano di poter procedere sulla stessa via, con la stessa formula di centrosinistra
(sia pure rifondata) ma con un esecutivo più robusto, più
inserito in un quadro politico omogeneo a livello continentale, entro rapporti
di forza sociali e politici più favorevoli cui il governo Prodi
e la maggioranza del 21 aprile hanno spianato la strada.
2.5 Il Prc alternativo al centrosinistra
come polo autonomo di classe
Simpone dunque un nuovo asse politico e strategico del
Prc. Il nostro rapporto col centrosinistra non può limitarsi alla
difesa di una nostra autonomia, spendibile indifferentemente al governo
o allopposizione. Deve tradursi in una scelta chiara e coerente di alternativa
al centrosinistra e ai suoi governi, sulla base di una diversa e opposta
rappresentanza di classe: a fronte dellalternanza bipolare della II Repubblica
tra un centrodestra reazionario a base prevalente piccolo borghese e un
centrosinistra liberale, confindustriale e concertativo, il Prc deve presentarsi
e costruirsi come il polo autonomo della classe lavoratrice e di un altro
blocco sociale.
Il Prc non è quindi semplicemente distinto dal
centrosinistra ma alternativo e contrapposto ad esso, perché alternativo
e contrapposto al blocco dominante che lo sostiene e alla soluzione concertativa
che lo ispira: per i comunisti infatti le scelte politico-istituzionali
debbono riflettere coerentemente gli interessi del proprio blocco sociale.
Ciò non preclude ovviamente la duttilità
della tattica, né tanto meno significa un disimpegno dei comunisti
nella battaglia contro la destra. Ma la battaglia contro la destra non
può essere separata dalla battaglia di classe e anticapitalistica
decisiva anche per arginare la reazione e scomporre il suo blocco sociale.
Per questo essa esclude unalleanza politica del Prc con il liberalismo
borghese.
Il IV Congresso rivede radicalmente in questo quadro,
la cosiddetta politica della desistenza. Accordi specifici puramente
tecnici, sul terreno elettorale (comunque escludenti le forze borghesi
del centro), possono a certe condizioni rivelarsi utili sia per battere
candidati reazionari, sia per ampliare la superficie di dialogo con la
base popolare del centrosinistra ed in particolare dei Ds. Ma ciò
che da ora dovrà essere escluso è ogni tipo di patto politico-elettorale
col centrosinistra, che direttamente o indirettamente vincoli il Prc a
sostenere politicamente il centrosinistra e i suoi governi.
2.6 Per unopposizione di classe al
governo DAlema, oggi e domani
Lalternatività di classe del Prc al centrosinistra
trova oggi la sua traduzione naturale nellopposizione al governo DAlema.
Questa opposizione deve essere chiara nella sua ispirazione
e nelle sue finalità. Unopposizione cosiddetta costruttiva, comunque
finalizzata a creare le condizioni di un nuovo negoziato di governo col
centrosinistra in nome di un suo equilibrio più avanzato rappresenterebbe
un equivoco di fondo. Se il centrosinistra è lespressione organica
degli interessi e della strategia del grande capitale, lobiettivo dei
comunisti non può essere quello (illusorio) di spostarlo a sinistra,
né quello di favorire lo sfilamento dellUdr per sostituirla domani
con la propria presenza in una maggioranza di centrosinistra rinegoziata.
Rappresentare oggi il governo DAlema come grande coalizione per salutare
un domani il nostro ritorno in maggioranza come svolta e rilancio di
un centrosinistra riformatore, significherebbe peraltro un inganno obiettivo
del partito e dei lavoratori.
Questa impostazione va radicalmente rettificata. Lungi
dallalimentare tra le masse lillusione di poter influenzare il centrosinistra,
i comunisti debbono lavorare per liberare le masse dallinfluenza del centrosinistra,
assumendo come asse generale dellintervento di massa la riconquista dellindipendenza
di classe del movimento operaio dal centrosinistra borghese. Naturalmente
lopposizione comunista può e deve saper incunearsi nelle contraddizioni
del fronte avversario: ma la contraddizione centrale su cui lavorare non
è quella di vertice tra Ds e Cossiga, per creare il varco di un
nostro reinserimento in maggioranza, bensì quella tra la politica
borghese del governo e la base di massa dei Ds al fine di costruire tra
le masse la nostra egemonia alternativa.
2.7 Oltre la concezione delle due
sinistre, per aprire la sfida dellegemonia
In questo quadro lopposizione al governo DAlema è
chiamata a superare la concezione politica delle due sinistre. Lapparato
Ds e il Prc, infatti, non possono essere visti solamente come soggetti
distinti: sono la rappresentanza politica di progetti strategici tra loro
alternativi, al servizio di opposte classi sociali. Tanto è vero
che uno degli obiettivi dei vertici Ds è quello di annullare la
presenza di una forza comunista autonoma alla propria sinistra o attraverso
una corresponsabilizzazione alla propria politica di governo o attraverso
una soluzione elettorale-istituzionale.
Lobiettivo storico nostro devessere, allopposto, quello
di dissolvere linfluenza maggioritaria dei Ds sulle masse lavoratrici
e, per questa via, realizzare la conquista progressiva delle masse politicamente
attive a un diverso progetto politico. La costituzione del governo DAlema
con la massima esposizione dellapparato Ds nella gestione della politica
confindustriale, libera il più grande spazio di rappresentanza sociale
e politica alla sinistra dei Ds Le condizioni potenziali di una battaglia
per legemonia a sinistra sono dunque, per alcuni aspetti, più avanzate
di ieri. Allinterno delle lotte, sulla base delle rivendicazioni di classe
e con le dovute articolazioni tattiche, la politica del partito devessere
indirizzata a dimostrare alle masse, la vera natura dellapparato Ds, la
sua irriformabilità, il carattere illusorio di ogni ipotesi di suo
recupero. Le sfide unitarie ai vertici dei Ds - che, a certe condizioni,
possono rivelarsi tatticamente opportune - vanno comunque subordinate a
questo obiettivo strategico.
Nella consapevolezza che la costruzione di una direzione
alternativa del movimento operaio è condizione decisiva sia per
procedere alla ricomposizione di un blocco sociale alternativo, sia per
affermare in prospettiva una alternativa anticapitalistica.
A sua volta questa politica di egemonia richiede la nettezza
e la coerenza dellopposizione comunista, sia sul versante istituzionale
sia nellintervento sociale.
2.8 Per unopposizione del Prc verso
i governi locali, a partire dalle regioni e dalle grandi città
La prima implicazione di questa nuova impostazione è
un nuovo orientamento del nostro partito verso i governi locali di centrosinistra.
La politica borghese di centrosinistra non si sviluppa solo a livello nazionale
ma si estrinseca anche a livello locale dove anzi a volte trova dei laboratori
avanzati di sperimentazione. Ed oggi la nuova estensione formale della
concertazione nazionale alle rappresentanze di governo dei principali enti
locali rafforza ulteriormente il legame politico e di classe tra il quadro
nazionale e quello locale.
Lopposizione comunista al centrosinistra nazionale non
può dunque combinarsi con un sostegno del Prc alle sue espressioni
locali. In particolare va rivista la nostra partecipazione o sostegno ai
governi di centrosinistra nelle Regioni e nelle grandi città. Il
Prc non può infatti opporsi alle finanziarie nazionali e negoziare
le implicazioni locali di quelle finanziarie (tagli, privatizzazioni, svendita
del territorio); non può opporsi alla concertazione nazionale e
continuare a sostenere quei grandi sindaci come Rutelli, Castellani, Pericu,
Cacciari, Bassolino che sono a tutti gli effetti, tanto più oggi,
partecipi e protagonisti di quella concertazione.
Peraltro ripetute e recenti esperienze, in particolare
nelle grandi città (Roma, Napoli, Genova), hanno dimostrato che
il sostegno alle giunte di centrosinistra espone il nostro partito al logoramento
dei suoi legami di massa e, talora, al conflitto aperto con articolazioni
importanti del blocco sociale alternativo.
Occorre dunque una svolta che registri una coerenza tra
collocazione di classe e scelte politico-istituzionali del Prc. Il rilancio
dellopposizione di classe al governo DAlema, il lavoro di ricomposizione
del blocco sociale alternativo e del movimento di massa contro governo
e padronato richiedono una ricollocazione dei comunisti allopposizione
anche sul piano locale a partire dalle regioni e dalle grandi città.
Diversa è ovviamente la situazione in cui i comunisti
fossero parte essenziale di giunte locali che si pongono realmente sul
terreno dellalternativa: ove diventa fondamentale unazione di opposizione
al governo nazionale fortemente legata agli interessi di classe, fuori
da ogni falsa neutralità istituzionale.
Le scelte elettorali del partito sul piano locale sono
dunque subordinate a questo nuovo orientamento. Non escludono comportamenti
tattici che possono favorire una più amplia influenza politica dei
comunisti presso la base di massa dei Ds in condizioni di piena indipendenza
politica. Escludono compromessi che rimuovano lindipendenza politica dei
comunisti come forza alternativa al centrosinistra e ai suoi governi.
2.9 Per unazione di rilancio del
movimento di massa in una logica nuova di egemonia
Limplicazione decisiva del nuovo corso politico riguarda
il lavoro di ricostruzione dellopposizione sociale e di massa al governo.
Il Prc non può fare dellopposizione la semplice
difesa delle ragioni dei lavoratori se non al prezzo delloccupazione
di un puro spazio dimmagine (peraltro oggi assai più problematico)
a fini elettorali e istituzionali. Lopposizione di classe al centrosinistra
richiede un salto importante di elaborazione e iniziativa: lassunzione
di una nuova proposta di fase per il rilancio del movimento di massa contro
il governo in una logica nuova di radicamento sociale, lotta per legemonia,
ricomposizione del blocco alternativo.
Essenziale è la concezione e la pratica della
lotta per legemonia. Essa non significa imposizione o autoimposizione
del partito sulle masse e sui movimenti, di cui va rispettata, comè
ovvio, la piena autonomia organizzativa. Significa invece che il nostro
partito lavora e interviene tra le masse e nei movimenti non limitandosi
ad unazione di evocazione, solidarietà e sostegno, ma con proprie
proposte, chiare e concrete, su obiettivi, forme di lotta, forme organizzative,
sbocchi politici e vertenziali, nel quadro ovviamente del proprio progetto
generale di ricomposizione anticapitalista. Configurandoci per questa via
come punto di riferimento e direzione alternativa delle lotte: che è
condizione determinante per sottrarle al controllo dei vertici Ds e degli
apparati sindacali, grandi organizzatori delle sconfitte.
La lotta per legemonia non è dunque una nostra
necessità di affermazione di partito distinta dallinteresse generale
del movimento operaio e delle masse. Allopposto, essa risponde a una necessità
vitale delle grandi masse tanto più dopo le sconfitte subite e i
relativi arretramenti: la necessità di unaltra direzione politica
e sindacale. Senza una nuova direzione, infatti, anche i più grandi
movimenti di massa finiscono con lessere contenuti, deviati, dissolti
e magari usati per ragioni estranee alle loro motivazioni di classe:
è lesperienza amara dellautunno del 94. Senza una nuova direzione,
un nuovo punto di riferimento, una nuova proposta, oggi si cronicizzano
e si aggravano tutte le difficoltà esistenti sullo stesso terreno
di una possibile ripresa del movimento di massa.
2.10 Preparare le condizioni del
movimento, non invocarlo
Sviluppare e ricomporre un movimento di massa contro
le politiche dominanti è compito complesso: tanto più dopo
lulteriore degrado della situazione sociale degli ultimi due anni.
Ma proprio la difficoltà della situazione sociale
e in essa la nostra difficoltà, richiedono una svolta chiara, di
impostazione analitica e politica.
Innanzitutto vanno respinte esplicitamente, senza equivoci,
le teorie ciclicamente riemergenti in fasi di riflusso, circa il tramonto
della centralità di classe. Le potenzialità di lotta della
classe lavoratrice e delle masse, nonostante le sconfitte e gli arretramenti
subiti, sono immense. La crisi capitalistica certo rimodella i blocchi
sociali ma ripropone al contempo, su basi ancora più ampie, tutte
le condizioni materiali della lotta di classe e del conflitto, nel mondo
e nella stessa Europa.
I grandi processi di proletarizzazione che investono
gli stessi paesi imperialisti accumulano nuove fascine sul terreno sociale.
Non a caso la vicenda europea degli anni Novanta, entro una dinamica di
brusche svolte, ha visto ricorrenti esplosioni sociali come nel 94 in
Italia, nel dicembre 95 in Francia, nei mesi scorsi in Danimarca e in
Grecia, spesso con basi di massa ancor più estese che in cicli precedenti
della lotta di classe.
Le condizioni materiali di unesplosione sociale in Italia
sono dunque ben presenti nella situazione del paese. E ne sono infatti
coscienti le classi dominanti che proprio per questo puntano ad un equilibrio
politico (centrosinistra) e ad una strategia avvolgente (patto sociale)
funzionali a prevenire e disinnescare quelle potenzialità. Il primo
compito dellopposizione comunista è allora quello di lavorare a
ricostruire nel movimento operaio e tra le masse la consapevolezza e fiducia
nelle proprie possibilità di resistenza e controffensiva verso le
politiche dominanti, contrastando le vaste tendenze, oggi dominanti, alla
demoralizzazione e al ripiegamento passivo.
Al tempo stesso lesperienza ci mostra che un movimento
di massa non decolla per decisione di partito, ma si innesca nella concretezza
imprevedibile dello scontro sociale e politico di classe.
La funzione del Prc non è allora quella di invocare
il movimento o di illudersi di surrogarlo con proprie iniziative di partito.
Ma è quella di lavorare pazientemente e capillarmente tra le masse
per favorire le condizioni di innesco di unampia radicalizzazione sociale
nel segno della ricomposizione di un blocco anticapitalistico.
E essenziale a questo fine sviluppare linserimento
attivo del nostro partito in ogni ambito di massa, in ogni realtà
di movimento, in ogni piega di conflitto per quanto limitato e parziale
possa essere, assumendoci la responsabilità di nostre indicazioni
e proposte in rapporto diretto con le esigenze concrete di ogni settore
del proletariato e delle masse oppresse. Ma parallelamente abbiamo la necessità
di lavorare in una logica unificante tesa a ricomporre lunità di
lotta dei diversi soggetti del blocco sociale alternativo contro i processi
di arretramento e disgregazione.
2.11 Per una vertenza generale del
mondo del lavoro e dei disoccupati
Sotto questo profilo è necessario che il nostro
Partito avanzi una sua proposta rivendicativa di fase per la ricomposizione
del blocco sociale. Questa proposta non può essere la somma astratta
degli obiettivi programmatici del partito, né può ridursi
alla pur giusta rivendicazione delle 35 ore. Deve invece rispondere alla
complessa articolazione del blocco alternativo e allesigenza di una sua
riunificazione oggi: la riunificazione del lavoratore che pratica lo straordinario,
del lavoratore precario e flessibile, del disoccupato e del giovane senza
lavoro.
Questa esigenza di unificazione non passa per laffidamento
a una pura logica sindacale e categoriale. E non è realizzabile
nel rispetto delle compatibilità del capitalismo in crisi e del
patto di stabilità. Passa invece per lo sviluppo di una vertenza
generale del mondo del lavoro, dei giovani e dei disoccupati attorno a
una piattaforma comune basata interamente sulle esigenze delle classi subalterne.
Nellattuale situazione, solo una vertenza generale su una piattaforma
comune, può unire le forze esistenti, sottrarle alla dinamica di
frantumazione e sconfitta in ordine sparso, innescare una ripresa reale
di mobilitazione e ricomposizione del fronte alternativo. Il Prc può
e deve dunque avanzare apertamente questa proposta accompagnandola con
gli obiettivi seguenti:
- la riduzione immediata e generalizzata dellorario
di lavoro a parità di salario a 35 ore settimanali, senza flessibilità
ed annualizzazione, senza finanziamento ai padroni e a spese dei profitti,
con una drastica limitazione del lavoro straordinario;
- la trasformazione di tutti i contratti atipici e particolari
in contratti a tempo pieno e indeterminato;
- un reale recupero salariale attraverso un significativo
aumento uguale per tutti;
- un dignitoso salario sociale garantito ai disoccupati;
- il riconoscimento e lestensione dei diritti sindacali
a tutti i lavoratori subordinati, indipendentemente dal tipo di contratto
e dalla dimensione dellimpresa.
Questa piattaforma naturalmente, può e deve essere
articolata in forme diverse nei diversi luoghi sociali di intervento. Ma
può costituire il punto di riferimento unificante per il lavoro
di massa del partito nei movimenti di lotta, nelle organizzazioni di massa,
sul territorio superando in avanti le frequenti tendenze settorialiste
o localiste. Indipendentemente dai risultati immediati questo lavoro di
massa per la vertenza generale, può rappresentare un lavoro preparatorio
prezioso per lo sviluppo e lorientamento del movimento futuro.
2.12 Per ununione nazionale dei
disoccupati, per il salario sociale
è importante un intervento finalizzato del partito
nellattuale movimento dei disoccupati, oggi frammentato e diviso. Va superata
anche qui una logica di puro sostegno e solidarietà, o di mediazione
tra movimento e istituzioni. Il Prc deve avanzare proposte precise di costruzione
e indirizzo di un movimento unitario dei disoccupati come soggetto vertenziale
e di lotta contro il governo.
Intanto è essenziale una proposta di unificazione
organizzativa dei disoccupati con la prospettiva di unUnione nazionale
democraticamente costituita e rappresentativa. Unassemblea nazionale a
Napoli delle strutture e dei comitati dei disoccupati, opportunamente preparata
e costruita, può essere un primo passo in questa direzione.
In secondo luogo è essenziale la proposta rivendicativa.
Una particolare rilevanza assume in questo ambito la rivendicazione del
salario sociale per i disoccupati in cerca di lavoro, come terreno unificante
di mobilitazione e di lotta a partire dal Mezzogiorno. Il Prc è
chiamato a superare le sue attuali preclusioni verso questa indicazione
fondamentale.
E sbagliato contrapporre la rivendicazione del lavoro
e della riduzione dorario allobiettivo del salario sociale, riducendo
questultimo alla rivendicazione di alcune agevolazioni particolari. Né
si può rivendicare il cosidetto lavoro minimo garantito senza
subordinarsi di fatto alle tendenze attuali di precarizzazione. Questa
impostazione va rettificata a fondo. Nel mentre lottano per distribuire
fra tutti lavoro esistente, nel mentre rivendicano il diritto al lavoro
in funzione di bisogni sociali e quindi lotte e vertenze per assunzioni
finalizzate, i comunisti possono e debbono rivendicare limmediato diritto
alla vita per coloro che cercano un lavoro. E questa una rivendicazione
alternativa non al lavoro, ma al lavoro precario, alle gabbie salariali,
alla flessibilità come leva di ricatto verso i lavoratori occupati
e come negazione dei diritti per i giovani disoccupati. E una rivendicazione
storica dei comunisti nelle epoche di crisi, funzionale ad organizzare
e mobilitare i disoccupati, a sottrarli alle pressioni padronali, alla
degradazione sociale e alla criminalità, a rafforzare la loro unità
con i lavoratori e quindi la stessa lotta per il lavoro. E infine una
rivendicazione di indipendenza del movimento operaio dalle compatibilità
del capitale perché entra nella duplice contraddizione di una crisi
senza sviluppo e di uno sviluppo senza occupazione.
Nellattuale situazione italiana ed in particolare nel
Sud questa richiesta può produrre importanti contraddizioni nello
stesso blocco sociale reazionario a tutto vantaggio del movimento operaio
e della lotta per legemonia sulle grandi masse del Mezzogiorno.
2.13 Per una coerente rifondazione
sindacale
La ricollocazione del partito allopposizione deve combinarsi
con una svolta profonda della nostra politica sindacale.
Essenziale è innanzitutto un giudizio di fondo,
chiaro e inequivoco, sulla natura delle burocrazie sindacali, quali vere
e proprie agenzie della classe dominante allinterno del movimento operaio.
La politica di concertazione dei gruppi dirigenti confederali e segnatamente
della Cgil non rappresenta semplicemente una politica sbagliata o un
errore burocratico, per quanto gravi. Riflette la natura profonda degli
apparati burocratici del sindacato: un ceto politico, e una corrispondente
struttura tramite i quali il grande capitale esercita e perpetua il suo
dominio di classe.
Il primo dovere del nostro partito è quindi quello
di superare lottica sino ad ora perseguita di spostare a sinistra lasse
della Cgil. Allopposto il Prc è chiamato ad assumere come nuovo
asse della propria politica sindacale una lotta aperta per cacciare la
burocrazia dal movimento sindacale, a partire da un giudizio di irriformabilità
delle strutture.
Ciò non esclude il lavoro dei comunisti nelle
organizzazioni tradizionali e segnatamente nella Cgil. Ma certo implica
il completo abbandono di ogni logica di pressione, fosse pure radicale,
sulle burocrazie dirigenti, e lo sviluppo di unaperta opposizione di classe
capace di sfidare le regole dellapparato sindacale e di configurarsi
come riferimento autonomo per linsieme dei lavoratori/lavoratrici.
Sotto questo profilo, si impone un bilancio onesto dellobiettivo
fallimento, in seno alla Cgil, sia dellesperienza dellArea programmatica
dei comunisti, sia di Alternativa sindacale.
La prima ha costituito un tentativo verticistico di approntare
una pura cinghia di trasmissione del Prc in Cgil, subordinata in particolare
alle mutevoli scelte del gruppo dirigente del partito e alle sue esigenze
tattiche nella negoziazione di governo: il sostegno attivo dellArea Programmatica
alle finanziarie del governo Prodi ne è stato un riflesso.
Ma anche il gruppo dirigente di Alternativa sindacale
non ha avanzato realmente unalternativa di classe alla politica della
burocrazia: si è invece chiusa in una logica di pressione, come
minoranza congressuale sulla base di un approccio sostanzialmente riformista
allo scontro sociale in atto: un approccio che trova oggi un riflesso nelladesione
al programma del cosiddetto Forum antiliberista, basato su unimpostazione
neokeynesiana, oggi accettata purtroppo da unarea vasta del sindacalismo
di classe. Le gravi scelte sul terreno politico e di partito del gruppo
dirigente di Alternativa sindacale non possono quindi essere viste come
fatti contingenti ma sono, in definitiva, il frutto della sua linea politico-sindacale
complessiva e delladattamento alla pressione dellambiente burocratico,
che contiene il rischio di unulteriore involuzione.
Da questo bilancio emerge la necessità e lurgenza
di una nostra svolta nellazione sindacale.
In Cgil è necessario lavorare allo sviluppo di
unarea coerentemente e radicalmente classista, basata sui militanti comunisti
ma aperta allaggregazione di altri settori indipendenti, che si candidi
allegemonia sullinsieme della sinistra della confederazione, e si basi
su un programma dazione antiburocratico e anticapitalistico in aperta
opposizione ai gruppi dirigenti: questa ricomposizione classista non può
continuare ad essere paralizzata da una logica di attesa della sinistra
Fiom (Cremaschi), ossia dellala sinistra della burocrazia sindacale, se
non al prezzo di gravissimi guasti.
Parallelamente il Prc deve lavorare ad un collegamento
costante, nellazione, tra questa sinistra rifondata della Cgil e i compagni/e
comunisti/e che sviluppano la propria azione nel sindacalismo extraconfederale:
un sindacalismo che configura, comè ovvio, un quadro dintervento
più avanzato sul terreno degli obiettivi politico-sindacali e che,
tuttavia, su basi diverse, è anchesso segnato da limiti reali,
ben oltre il suo limite di influenza: quali, ad esempio, la tendenza cronica
alla frammentazione.
Il Prc non può illudersi di superare per decreto
lattuale dislocazione dei militanti comunisti in diverse organizzazioni
sindacali: è questa una realtà sancita e legittimata sia
dallobiettiva complessità della questione sindacale, sia dalla
concreta vicenda del sindacalismo italiano, e che solo lo sviluppo della
lotta di classe e lesperienza della lotta antiburocratica potrà
consentire di superare in avanti.
Il Prc può e deve invece, da subito, indicare
lasse generale di proposta e le basi programmatiche che debbono unire
i militanti sindacali comunisti, siano essi collocati nel sindacato confederale
o nella sinistra extraconfederale.
Lasse generale che il IV Congresso avanza è la
proposta della costituente di un sindacato classista, unitario, confederale,
democratico e di massa.
Con questa indicazione i comunisti si rivolgono allinsieme
dei lavoratori e delle lavoratrici perché si uniscano, sulle basi
più larghe, in una confederazione sindacale unitaria, fondata sulla
democrazia dei lavoratori e sulla difesa dei loro autonomi interessi, in
rottura con le attuali burocrazie dirigenti. Significa avanzare la prospettiva
di una unità dal basso, a partire da assemblee unitarie di iscritti
(e non) nei luoghi di lavoro. Significa contrapporre la prospettiva dellunità
dal basso a ipotesi di ricomposizione burocratica dallalto del movimento
sindacale su basi ancor più subalterne.
Le forme di articolazione di questa proposta generale
potranno variare in rapporto allo sviluppo concreto della situazione. Ma
essa assume come riferimento centrale la lotta dei comunisti per legemonia
sulle masse politicamente e sindacalmente attive: fuori sia da una logica
di autoghettizzazione su basi puramente sindacalistiche, sia da una logica
di subalternità agli attuali apparati sindacali.
In questa prospettiva di lavoro comune è necessario
un coordinamento dei militanti sindacali comunisti al di là delle
diverse appartenenze di sigla. Un coordinamento che deve porsi da ora come
ambito unificante del nostro dibattito sindacale, ai vari livelli territoriali
e nei diversi settori.
Parallelamente, sulla base della proposta della costituente,
dobbiamo lavorare al raggruppamento unitario di un settore più largo,
che vada al di là dei soli militanti comunisti, costruendo, nei
luoghi di lavoro, ove possibile, comitati per la rifondazione sindacale,
che coinvolgano attivisti sindacali di diversa appartenenza, e cerchino
di configurarsi come punto di riferimento per lazione antipadronale e
antiburocratica.
E altresì importante che il Prc lavori al rilancio
del movimento dei delegati Rsu, tanto più a fronte dellampliamento
di questa struttura. Su questo terreno va superato il passato atteggiamento
di distacco del nostro partito e le incomprensioni prodottesi. Non si tratta
naturalmente di negare gli attuali limiti politico-organizzativi del movimento
delle Rsu, si tratta invece di lavorare a superarli entro unazione di
rilancio in avanti del movimento. Un coordinamento permanente della sinistra
larga degli eletti/e nelle Rsu su un programma immediato di natura classista
può essere, in questo quadro, uno strumento importante di lotta
antiburocratica e per il rilancio del movimento di massa.
Infine, pur considerando centrale la lotta nelle organizzazioni
sindacali, i comunisti debbono evitare qualsiasi tipo di formalismo. In
particolare, nei momenti di ascesa della lotta, sia generali che particolari,
è decisivo lavorare allo sviluppo di forme di autorganizzazione
di massa, sia nella forma di comitati di lotta, sia nella forma ben più
elevata di strutture elette e controllate democraticamente (comitati di
sciopero, consigli). E in definitiva in queste strutture, più che
nelle organizzazioni sindacali, che si giocherà la battaglia dei
comunisti per la conquista della maggioranza.
2.14 Nel movimento degli studenti
con una proposta chiara
E importante un nuovo intervento attivo del Prc nei
movimenti di lotta che oggi si sprigionano nellambito della Scuola e dellUniversità.
E certo necessaria una presenza più forte dei
comunisti tra i giovani studenti come nostra area organizzata. Ma non è
sufficiente. E essenziale una nostra capacità di proposta al movimento.
Lesperienza ciclica delle autogestioni e occupazioni da parte degli studenti
a partire dal 93 dimostra infatti che in assenza di una direzione politica
chiara, le più ampie mobilitazioni finiscono col disperdersi, frammentarsi,
rifluire nella spoliticizzazione a tutto vantaggio del governo e delle
autorità istituzionali.
E importante lavorare, ovunque possibile, alla costituzione
di comitati di difesa e trasformazione della scuola pubblica su una piattaforma
immediata di lotta, fortemente caratterizzata da alcune rivendicazioni
prioritarie: il rifiuto della privatizzazione dellistruzione pubblica
e di ogni forma di finanziamento, diretto o indiretto, alla scuola privata,
la rivendicazione della gratuità dei libri di testo e dellabolizione
delle tasse scolastiche, la richiesta di un raddoppio della percentuale
del Pil destinato alla scuola, finanziato dalla tassazione dei grandi patrimoni,
delle rendite e dei profitti.
Su questa piattaforma di lotta immediata i comitati per
la difesa della scuola pubblica debbono aprirsi unitariamente, dal basso
a tutti gli studenti che ad essa aderiscono con lunica discriminante antifascista.
Debbono promuovere, nelle forme possibili, ununità di lotta con
gli insegnanti e il personale della scuola, contro ogni forma di reciproca
chiusura o diffidenza; debbono lavorare a una relazione unitaria col mondo
del lavoro, coi disoccupati, con ogni realtà territoriale di opposizione
di classe alle politiche sociali del governo. In questo quadro i comitati
di difesa della scuola pubblica possono configurarsi e crescere come embrioni
di una tendenza radicale del movimento degli studenti, in alternativa ai
vertici dellUds e in opposizione irriducibile alle politiche governative.
E possono rappresentare il luogo di confronto sulla prospettiva generale
della riforma radicale della scuola e dei saperi entro un più generale
progetto anticapitalistico.
Congiuntamente i comunisti debbono avanzare la proposta
di una unificazione del movimento studentesco in atto sul terreno dellautorganizzazione
democratica. Una situazione di atomizzazione del movimento e delle occupazioni,
senza piattaforma unificata, senza un quadro democratico di verifica della
rappresentatività delle diverse posizioni e proposte, sarebbe priva
di sbocchi vincenti. Ed anzi spianerebbe la strada, come lesperienza insegna,
ai vertici dellUds e al relativo riflusso del movimento.
Si può invece imparare dallesperienza degli studenti
francesi: proporre che ogni assemblea di scuola occupata designi democraticamente
i propri delegati, permanentemente revocabili, e che i coordinamenti dei
delegati, ai vari livelli, sino al livello nazionale siano la sede democratica
di definizione della piattaforma rivendicativa del movimento. Solo così
il peso delle diverse posizioni, organizzazioni ed aree sarà misurato
dalleffettivo livello di rappresentatività democratica.
Solo così potrà svilupparsi una vertenza
nazionale vera tra movimento e governo, sulla base di una piattaforma di
lotta che costringa il governo a una risposta chiara.
Solo così le stesse forme di lotta e la loro continuità
saranno finalizzate su obiettivi chiari, rappresentativi, verificabili.
2.15 Per il rilancio di una coerente
battaglia democratica: ritorno alla proporzionale, abolizione del concordato,
antimilitarismo
Lopposizione comunista deve recuperare una coerenza
di proposta sullo stesso terreno sociale delle rivendicazioni democratiche.
Lopposizione centrale, di grande rilevanza, ai disegni
referendari in materia elettorale deve combinarsi con una vera e propria
campagna del partito contro il sistema maggioritario e per il ritorno completo
a una legge elettorale proporzionale. Ciò non significa naturalmente
precludersi spazi futuri di duttilità tattica in sede parlamentare
nel caso eventuale che i nostri voti possano risultare determinanti per
evitare le soluzioni peggiori. Ma non possiamo, come in passato, assumere
il meno peggio come nostra piattaforma politica, tanto più sul terreno
della democrazia. Né possiamo assumere più in generale la
logica della governabilità avanzando soluzioni (modello tedesco,
soglie di sbarramento) che in forme e gravità diverse comportano
comunque una restrizione degli attuali livelli democratici e rispondono
ad una logica di classe (la stabilità dei governi borghesi) che
è opposta alla nostra.
La campagna per il ritorno alla legge proporzionale,
senza compromissioni snaturanti, segna dunque un elemento di svolta, di
rifiuto della rassegnazione alla II Repubblica. E una campagna che va
condotta con la più ampia disponibilità alla mobilitazione
unitaria con forze diverse dellintellettualità, della cultura,
del diritto, ma che non può essere scorporata, per quanto riguarda
limpostazione del Prc, da contenuti e ragioni di classe della nostra opposizione.
Il ritorno alla proporzionale va da noi rivendicato per quello che è:
il ripristino di una piena rappresentanza, autonoma e libera, degli interessi
di classe dei lavoratori, dei disoccupati, delle masse oppresse contro
una governabilità borghese unicamente mirata a colpire quegli stessi
interessi.
Parallelamente il Prc apre una grande campagna politica
per labolizione del Concordato tra Stato e Chiesa, modificando le posizioni
contraddittorie e confuse sino ad ora sostenute nei confronti della Chiesa
cattolica. Lavallo ripetutamente offerto ad un presunto anticapitalismo
del papato, il dialogo ricercato e praticato ai massimi livelli, e persino
nelle feste nazionali di partito, con alti esponenti della Chiesa cattolica
(vedi Cardinal Tonini) in una logica di comune riconoscimento e ricerca,
hanno rappresentato un errore profondo del nostro partito.
Il Vaticano rappresenta tuttora, come sempre, un baluardo
storico dellordine esistente. Gli intrecci materiali tra gerarchie ecclesiastiche
e proprietà capitalistica nel settore finanziario, immobiliare,
terriero, costituiscono la base materiale di questa funzione conservatrice.
Le formali posizione di apertura della Chiesa a istanze
sociali, così come la critica allassolutismo del profitto non solo
non rappresentano un anticapitalismo reale ma rientrano o in un più
generale antimaterialismo ideologico regressivo o in una aperta concorrenza
e lotta al marxismo allinterno delle masse oppresse. Inoltre la natura
assolutistica e integralistica dellistituzione ecclesiastica si esprime
da sempre nelle posizioni apertamente reazionarie del Papato sul terreno
dei diritti civili, dellautodeterminazione della donna, dei diritti degli
omosessuali e delle lesbiche, dellistruzione. In particolare la lotta
centrale delle donne per la difesa della legge 194 trova nellapparato
della Chiesa il proprio nemico frontale.
Per queste ragioni i comunisti sono chiamati a combattere
apertamente le gerarchie ecclesiastiche, il loro ruolo sociale e la loro
ideologia. Certo il Prc non è e non deve essere un partito ideologico;
il marxismo stesso va concepito come programma di trasformazione, non come
credo; la conquista di settori di massa cattolici ad una prospettiva socialista
è un aspetto importante della strategia rivoluzionaria. Ma proprio
questo implica il disvelamento delle contraddizioni enormi tra le esigenze
progressive di quei settori e la natura reazionaria della Chiesa, a partire
dalla lotta di classe e nella stessa battaglia per le rivendicazioni democratiche.
In questo quadro, oggi, sullonda dello scontro apertosi
in ordine alla scuola privata e alla libertà delle donne, a fronte
della forte ripresa di un sentimento laico in vasti settori di massa, la
rivendicazione dellabolizione del Concordato, della fine dei privilegi
materiali e simbolici che esso garantisce alla Chiesa, riconquista una
forte attualità.
Il Prc sviluppa una forte iniziativa sul terreno antimperialista
ed antimilitarista.
La questione curda e il caso Ocalan hanno dimostrato
una volta di più limportanza e lo spazio di uniniziativa politica
caratterizzata dal nostro partito sul terreno del sostegno ai popoli oppressi
e ai loro diritti democratici.
Ma va evitato il rischio di ridurre le nostre iniziative
internazionaliste a fatti occasionali o dimmagine su cui si muovono solo
settori specifici e limitati del Partito o della sua rappresentanza istituzionale.
Il più netto rifiuto delle operazioni imperialistiche
di polizia internazionale - come la recentissima aggressione anglo-statunitense
allIraq - quale che sia il modo in cui esse vengono configurate (con o
senza lavallo e/o la copertura della bandiera dellOnu); la difesa di
Cuba dalla pressione imperialistica; la lotta contro le minacce ricorrenti
di un intervento imperialistico nei Balcani; il sostegno alle lotte di
liberazione nazionale nel mondo debbono essere assunte dallintero partito
come un elemento permanente di caratterizzazione.
Centrale è la battaglia di opposizione, innanzitutto,
contro limperialismo italiano e la sua politica estera.
In questo quadro il Prc deve impegnarsi in una forte
campagna antimilitarista, contro il blocco industrial-militare e i disegni
di professionalizzazione dellesercito. Parallelamente, rettificando la
sua attuale posizione, deve assumere una netta opposizione al progetto
di difesa comune europea oggi trainato dal governo Jospin e Blair e sostenuto
attivamente dal centrosinistra italiano. Si tratta infatti di un progetto
di imponente sviluppo di militarismo europeo al servizio del nuovo polo
imperialistico continentale come fattore di riequilibrio dei rapporti di
forza con limperialismo americano e di pressione sui paesi dipendenti.
Mantenere una posizione di sostegno al progetto di unautonoma difesa europea
sarebbe un fatto di grave contraddizione non solo con lattuale collocazione
del partito, ma con i più elementari principi antimperialistici
dei comunisti.
3. Per una coerente rifondazione comunista
Il bilancio dei due ultimi anni e lo stesso rilancio di
una coerente opposizione di classe al centrosinistra richiedono un chiaro
orizzonte strategico del nostro partito.
Il Prc non può più agire in una dimensione
contingente, nella rincorsa permanente delle scadenze politiche e istituzionali,
senza la certezza e la chiarezza di un progetto generale.
Solo un progetto può fondare la stessa autonomia
dei comunisti, dandole senso, cultura, radici e quindi consentendole di
resistere alla dinamica quotidiana delle pressioni politiche e istituzionali.
Grave è il ritardo accumulato su questo terreno.
Il IV Congresso del Prc segna sotto questo profilo una
svolta, avviando la definizione di un programma fondamentale del Partito.
La definizione compiuta del programma fondamentale seguirà un percorso
più lungo di elaborazione e confronto nel Prc. Ma essenziale è
segnare da subito la direzione di marcia della ricerca, lindirizzo generale
del programma. Essenziale è rimuovere dal campo le ipotesi strategiche
rivelatesi inadeguate e scegliere il rilancio, difficile e complesso, di
una coerente Rifondazione comunista e rivoluzionaria.
Una via che non è imposta da presupposti ideologici
astratti, ma dalla drammatica svolta depoca di fine secolo.
3.1 La svolta depoca
La crisi che investe il mondo ha da tempo polverizzato
i miti neoliberali dell89.
Il crollo dellUrss non solo non ha garantito un nuovo
ordine del mondo ma ha concorso a destabilizzarlo: esso ha rilanciato la
contesa tra le grandi potenze imperialistiche per la spartizione delle
zone di influenza - riproducendo così un tratto classico, a lungo
congelato, dellimperialismo - nel mentre il pesante ridimensionamento
del Giappone e lascesa del polo imperialistico europeo (non senza contraddizioni
interne) hanno moltiplicato gli effetti di instabilità.
Parallelamente il nuovo disordine mondiale si innesta
in una dinamica regressiva di crisi da tempo operante, amplificandone i
devastanti effetti. La condizione sociale, in discesa da ventanni, continua
ad arretrare in tutto lOccidente e nello stesso Giappone, mentre cresce
a dismisura il divario di ricchezza tra Paesi imperialisti e il cosiddetto
Terzo mondo.
La devastante crisi asiatica condanna alla disperazione
sociale nuove gigantesche masse umane. La crisi centroamericana dal canto
suo simboleggia la deriva di larga parte dellAmerica Latina, mentre lAfrica
vede ulteriormente precipitare il suo già misero reddito pro capite,
con gli esodi migratori più imponenti del secolo. Nellex-Urss e
in tutta lEuropa dellEst il processo di restaurazione capitalista produce
un crollo delle condizioni di vita per i lavoratori, i giovani, gli anziani,
reintroducendo gli orrori del sistema capitalista: miseria, razzismo, criminalità,
guerra. Proprio la guerra dei Balcani - figlia della restaurazione del
mercato - ne è un eloquente e terribile manifesto.
Su un altro piano, si fanno di anno in anno più
drammatiche le manifestazioni e le conseguenze della crisi ambientale planetaria,
una drammatica conferma della duplice incapacità dellattuale ordine
sociale di operare in modi non distruttivi nei confronti dellambiente
e di prospettare soluzioni praticabili sia ai vecchi problemi eminentemente
locali (inquinamento, congestione, degrado urbano, dissesto idrogeologico,
depauperamento degli ambienti naturali), sia alle nuove emergenze a dimensione
planetaria che lirrazionalità ecologica dello sviluppo capitalistico
è venuta provocando nel tempo (riscaldamento globale e sconvolgimenti
climatici, buco nellozono, desertificazione, distruzione delle foreste,
della diversità biologica, della fertilità dei suoli e degli
oceani, depauperamento delle riserve dacqua potabile, ecc.). Le conseguenze
sociali di questa crisi, inoltre, tendono sempre più a sommarsi
e a combinarsi con quelle della crisi economica e della più generale
crisi sociale e politica in cui sprofondano molti paesi del cosiddetto
Terzo mondo, e ciò provoca la moltiplicazione di vere e proprie
catastrofi umanitarie e sospinge masse crescenti di uomini e di donne
a migrare in una sorta di disperata fuga per la sopravvivenza.
Per la prima volta dal dopoguerra, ad ogni latitudine
del mondo, lorizzonte delle nuove generazioni non si presenta come orizzonte
di progresso ma come preannuncio di nuove regressioni. Non si tratta peraltro
di uno scenario eccezionale. Al contrario, se guardiamo le cose col raggio
di visuale del lungo periodo osserviamo il ritorno del capitalismo alla
normalità storica del proprio declino. Ciò che semmai è
superata è leccezionalità di quella parentesi storica postbellica
che agli occhi di più generazioni era apparsa la norma.
3.2 Parassitismo finanziario e stagnazione
La drammatica crisi economica del Sud Est asiatico -
che ha smentito una volta di più la presunta onnipotenza della
globalizzazione - costituisce lindice rivelatore, al di là del
contingente, dellattuale stagione del capitalismo mondiale e delle sue
caratteristiche generali.
Da venticinque anni il capitalismo mondiale è segnato
da un quadro di sostanziale stagnazione, espressione di unonda lunga di
crisi.
a) Si altera lequilibrio del ciclo economico con una
netta riduzione della durata e dellintensità dei momenti di ripresa
e una dilatazione dei momenti recessivi, nel quadro di un drastico calo
del ritmo medio di crescita e di un diffuso ritorno del protezionismo.
b) Gli stessi momenti di ripresa e perfino di miniboom
non hanno più prevalentemente caratteristiche produttive ma finanziarie.
Leconomia cartacea e finanziaria, ha raggiunto un livello storicamente
nuovo con effetti moltiplicati sullanarchia capitalistica internazionale
e una riduzione strutturale del margine di controllo da parte degli Stati
nazionali che pur conservano un loro decisivo fondamento materiale di classe.
Questo parassitismo finanziario è ad un tempo espressione della
stagnazione produttiva e, dialetticamente, concausa della stessa.
c) I mercati dellEst, pur in espansione, non si sono
configurati come nuovo volano del capitalismo. Ed anzi oggi la crisi verticale
delleconomia russa, prodotto delle contraddizioni abnormi della restaurazione
capitalistica e della fragilità delle sue basi materiali, si ripercuote
sulleconomia capitalistica internazionale come uno dei fattori della sua
instabilità.
d) Il crollo dellUrss ha ridotto i margini di manovra,
anche economici, delle borghesie nazionali dei paesi dipendenti integrandoli
più direttamente, e in chiave più subalterna, alle dinamiche
del mercato mondiale. Ed oggi il calo o il crollo dei prezzi delle materie
prime genera un sottoconsumo del cosiddetto Terzo mondo che è, a
sua volta, nuovo fattore di stagnazione.
In questo quadro generale la necessità di fronteggiare
la caduta del saggio del profitto e limpossibilità di farlo con
unespansione reale della produzione e delle forze produttive, fa s che
alcuni paesi imperialistici vadano sperimentando nuove forme di organizzazione
del lavoro (decentramento nazionale ed internazionale della produzione,
flessibilità, toyotismo) con lobiettivo di operare o una secca
riduzione dei costi salariali - in contrasto con la vecchia politica fordista
- o unestensione del pluslavoro relativo e/ o assoluto, in continuità
col fordismo.
Ma la risposta alla crisi non equivale alla sua soluzione
ed anzi, per alcuni aspetti, proprio la stagnazione mondiale (oltre, in
alcuni casi, alla resistenza sociale della classe operaia) ostacolano la
diffusione massiccia di alcune nuove tecniche produttive o addirittura
ne determinano la crisi. E il caso dellattuale difficoltà del
toyotismo in un Giappone travolto dalla recessione.
Peraltro la stagnazione capitalistica, se da un lato si
combina con unaggressione sociale frontale alla classe lavoratrice con
lobiettivo di disgregarne unità e resistenza, dallaltro rimodella
ed amplifica al massimo grado proprio la contraddizione di classe: nelle
metropoli dellimperialismo, con un vasto processo di ricomposizione e
proletarizzazione del lavoro dipendente; nei paesi dipendenti e in Asia
con una gigantesca concentrazione di nuova classe operaia, sottoposta al
più classico sfruttamento taylorista e fordista.
3.3 La crisi del compromesso sociale
keynesiano
Sullo sfondo di questa svolta depoca si consuma
definitivamente, nellEuropa capitalistica, il vecchio compromesso sociale
keynesiano. Keynesismo e compromesso sociale - in sé per nulla
equivalenti - si incontrarono storicamente, per un periodo limitato, in
unampia fascia di capitalismo europeo in virtù di due fattori generali
esterni allorganizzazione del lavoro e inscritti nelle relazioni di classe
nazionali e internazionali; lesistenza dellUrss e la prosperità
economica del dopoguerra, uniti allascesa della classe operaia.
a) La Rivoluzione dOttobre e lesistenza dellUrss per
oltre mezzo secolo hanno rappresentato un fattore propulsivo determinante
non solo dei movimenti di liberazione nazionali ma anche delle riforme
sociali in Occidente. La paura di un rivolgimento sociale e la prolungata
competizione tra i blocchi hanno incentivato sotto la pressione di massa,
le disponibilità riformatrici della borghesia europea, disposta
a significative concessioni pur di salvaguardare il proprio sistema di
dominio.
b) Dallaltro lato, la prosperità economica del
capitalismo postbellico, innescata dalla ricostruzione e poi alimentata
in gran parte dalle spese militari della guerra fredda, ha creato i presupposti
materiali delle riforme sociali, con lampliamento progressivo della spesa
pubblica e la possibile crescita della pressione fiscale e dellindebitamento
statale.
La crisi del compromesso sociale keynesiano nasce dalla
crisi di quei suoi storici presupposti. Non nasce dal mero rapporto tra
operaio e padrone nellorganizzazione del lavoro ma dallinsieme dei rapporti
di classe internazionali, sia sul piano sociale che sul piano politico.
Ed oggi la costruzione del nuovo polo imperialistico europeo - sospinto
dal crollo dellUrss e dalla crisi economica internazionale - impegnato
a concorrere con Usa e Giappone richiede lappesantimento e lestensione
delle politiche controriformatrici in funzione della nuova agguerrita competizione
mondiale.
3.4 La base materiale del liberismo
Le stesse politiche liberiste affondano qui le proprie
radici. Il liberismo non è una scelta, ma una necessità
del capitale in crisi: tagli alla spesa, privatizzazioni, flessibilità
sono, nel loro insieme, la risposta capitalistica alla crisi di accumulazione
entro la nuova competizione mondiale. Queste politiche naturalmente possono
essere diversamente graduate in base a uninfinità di particolarità
nazionali o contingenti. Ma sono oggi, non a caso, una costante di fondo
delle politiche statali.
Peraltro, pur necessitato dalla crisi, il liberismo è
incapace di risolverla: ed anzi, oltre una certa soglia, contribuisce ad
aggravarla.
Ma ciò dimostra il carattere contraddittorio e
anarchico del capitalismo, non la praticabilità di soluzioni alternative
riformistiche. Tanto è vero che anche le scelte economiche pubbliche
forzatamente espansive in risposta a pesanti crisi recessive (v. Giappone)
si rivelano un sostanziale fallimento dal punto di vista anticiclico. E
in ogni caso i margini redistributivi sono talmente limitati dalla stagnazione
che ogni espansione significativa di investimenti pubblici richiede una
compressione compensativa delle spese sociali (pensioni) e uno sviluppo
concentrato di politiche di flessibilità. La ricetta Delors è
sotto questo profilo emblematica sia dei limiti materiali di un keynesismo
oggi, sia della sua distanza da ogni reale soluzione riformistica.
3.5 Il liberismo temperato delle socialdemocrazie
europee
La crisi storica del riformismo è documentata
nel migliore dei modi dallinvoluzione profonda della vecchia sinistra
riformista.
Lesperienza in corso dei governi socialdemocratici in
Europa è, al riguardo, rivelatrice. Essa va indagata dal Prc nella
sua realtà, fuori da ogni suggestione ideologica o lettura dimmagine.
Ogni situazione nazionale ha naturalmente le sue particolarità
e così anche le diverse socialdemocrazie e i diversi governi socialdemocratici.
Ma è stato ed è un errore profondo non
vedere, al di là di queste diversità, il tratto comune e
di fondo, sostanziale e di classe dei governi socialdemocratici in Europa.
E il tratto del liberismo temperato e del patto sociale al servizio delle
proprie borghesie.
Non deve trarre in inganno la tensione polemica tra alcuni
governi (o esponenti) socialdemocratici e i banchieri centrali. In parte
riflette la generale domanda di allentamento parziale del rigore in funzione
antirecessiva. In parte riflette la ricerca negoziale di un nuovo equilibrio
di potere tra lapparato socialdemocratico al governo e le autorità
monetarie. Né in un caso, né nellaltro si tratta di una
contrapposizione socialdemocratica al liberismo, tanto meno al capitale
finanziario.
Allopposto le socialdemocrazie europee, oggi tendenzialmente
vincenti, gestiscono la costruzione del polo imperialistico europeo entro
i parametri di fondo di Maastricht e del patto di stabilità. Assumono
la difesa della cosiddetta sicurezza interna, in funzione anti-immigrazione,
secondo i dettami di Schengen. Rivendicano la costruzione della difesa
comune europea, con lo sviluppo di un autonomo militarismo. Ma soprattutto,
si assumono il compito, di prevenire e disinnescare la miccia di possibili
esplosioni sociali, vero spauracchio delle borghesie europee.
Paradigmatica è, in questo quadro generale, lesperienza
della socialdemocratica tedesca e francese.
Il governo Schroeder-Lafontaine, nato allinsegna del
nuovo centro ha assunto la concertazione come propria strategia di fondo.
Offre alla borghesia tedesca flessibilità, riduzione del prelievo
fiscale sui profitti (del 40%) e soprattutto la pace sociale. Offre al
movimento operaio una pensionabilità a 60 anni pagata dai lavoratori
stessi tramite laccantonamento degli aumenti salariali contrattuali, e
ai disoccupati laccettazione coatta di un qualsiasi lavoro pena la perdita
immediata dei sussidi (modello danese). La Confindustria tedesca recalcitra
per ragioni contrattuali, ma tratta volentieri con un capo del governo
emerso dal consiglio damministrazione della Volkswagen.
Il governo Jospin, già in carica da un anno, offre
un quadro dosservazione ancora più chiaro. La sua ispirazione riformatrice
si è rapidamente risolta alla prova dei fatti in un corso politico
liberista, per quanto temperato. In un anno Jospin ha realizzato un vero
primato delle privatizzazioni rispetto ai due governi precedenti di centrodestra;
ha sviluppato una legislazione sullorario largamente combinata con nuove
significative flessibilità; procede allespulsione di 60.000 immigrati
clandestini in contrasto aperto col movimento dei sans papiers; mantiene
la legislazione varata dalla destra in materia di licenziamenti; progetta
addirittura la riforma pensionistica a capitalizzazione, suscitando la
mobilitazione dei sindacati dei pensionati.
E infatti emergono contro la politica di Jospin prime
significative reazioni sociali e di lotta di disoccupati, studenti, intere
categorie sindacali a partire dai trasporti. E il disincanto che circonda
il governo si intreccia con lerosione elettorale della socialdemocrazia,
le crescenti contraddizioni interne al Pcf, e soprattutto lemergere di
un polo di sinistra rivoluzionaria che, sulla base di una netta opposizione
al governo, realizza un significativo salto di consenso elettorale (oltre
il 5%) e di rappresentatività politica.
Pertanto, il Prc non solo non può assumere la socialdemocrazia
come proprio riferimento politico e programmatico; non solo deve denunciare
e non abbellire lattuale politica socialdemocratica in Europa, ma è
chiamato a sviluppare la Rifondazione comunista come progetto alternativo
alla socialdemocrazia per la costruzione di unaltra direzione del movimento
operaio sul piano nazionale e internazionale. Per il rilancio di un progetto
comunista.
3.6 Per il recupero e il rilancio
del programma comunista
La crisi congiunta di capitalismo e riformismo rilancia
lattualità storica della prospettiva socialista come unica via
duscita dalla crisi dellumanità e come unica alternativa alle
politiche borghesi.
Come negli anni Venti e Trenta lumanità è
di fronte a una stretta. O il movimento operaio saprà dare la propria
risposta, risoluta e radicale alla crisi della società borghese
creando le condizioni di un ordine nuovo oppure la spirale della crisi
capitalistica avviterà lintera umanità in un processo di
regressione storica che farà del movimento operaio la sua prima
vittima. La vecchia alternativa tra socialismo o barbarie torna di drammatica
attualità.
I comunisti dunque, oggi più che mai debbono rompere
nettamente con la vecchia logica riformista. Ciò non significa che
rinunciano, comè ovvio, alle battaglie immediate e concrete su
obiettivi minimi sociali e democratici. Ed anzi occorre porsi alla testa
di ogni movimento di lotta, di ogni conflitto sociale e politico, di ogni
lotta ambientalista o antimilitarista, per quanto limitati e parziali,
che riflettano una volontà antagonista da parte delle classi subalterne.
Ma al tempo stesso occorre cercare di ricondurre ogni lotta parziale a
una prospettiva generale e di fondo, ogni viva esperienza della classe
lavoratrice alla maturazione di una coscienza anticapitalistica.
Del resto, tanto più nellattuale situazione di
crisi, ogni seria battaglia sociale e persino ogni seria battaglia democratica,
ambientale, per la pace, entra, alla fine, in rotta di collisione con il
potere economico dei grandi monopoli, con il controllo che essi esercitano
sulleconomia del mondo, sugli apparati politici e militari degli Stati,
sui potentissimi mezzi di informazione, sugli istituti della diplomazia
internazionale. Rimuovere proprietà e potere del capitale finanziario
è quindi in prospettiva la condizione necessaria per una soddisfazione
reale e durevole delle domande progressive dellumanità, per lavvio
di un percorso vero di emancipazione e di liberazione umana.
I comunisti non hanno dunque alcuna ragione di cancellare
oggi il loro programma originario: hanno semmai cento ragioni di più
per ribadirlo: il loro programma resta quello di uneconomia mondiale democraticamente
pianificata, sottratta al dominio del mercato capitalistico e del profitto,
in cui lumanità associata possa governare lutilizzo e la distribuzione
delle risorse naturali e delle acquisizioni scientifiche e tecnologiche
nel proprio interesse generale e collettivo. In cui siano le masse lavoratrici
a discutere e decidere, finalmente, cosa, come, per chi produrre, nel segno
di una vera democrazia sociale e al servizio della qualità della
vita e della realizzazione di uno sviluppo ecocompatibile.
In questo quadro, il superamento della proprietà
privata e del mercato - cioè lessenziale del programma del Manifesto
di Marx ed Engels - resta inevitabilmente un punto centrale della prospettiva
comunista.
Certo: il recupero di questo programma generale non esaurisce,
ovviamente, la rifondazione comunista. Il programma marxista - contro ogni
dogmatismo - va infatti continuamente sviluppato, arricchito sulla base
dei mutamenti storici prodottisi e delle grandi esperienze del movimento
operaio di questo secolo. Ma proprio laggiornamento e larticolazione
del programma presuppone prima di tutto il suo recupero, il suo riscatto
dal lungo oblio e dalle profonde distorsioni di cui è stato oggetto.
3.7 LOttobre e la rifondazione
La rifondazione comunista deve dunque recuperare a pieno
il programma originario della Rivoluzione dOttobre.
Ciò che è fallito nellUrss non è
la pianificazione economica di Stato al posto del mercato capitalistico.
Al contrario lesproprio della borghesia e la concentrazione nelle mani
dello Stato delle leve della produzione ha garantito a quelle popolazioni
grandi conquiste sociali, non a caso oggi nel mirino della restaurazione
capitalistica. Ciò che è fallita è la gestione burocratica
delleconomia pianificata, che ha espropriato progressivamente i lavoratori
e i loro organismi democratici di ogni funzione di gestione e controllo,
a tutto vantaggio di uno strato sociale privilegiato e parassitario.
E ancora: ciò che è fallito in Urss non
è la conquista del potere politico, la rottura della macchina statale
borghese, il potere dei soviet. Ed anzi il superamento rivoluzionario della
falsa democrazia borghese e la costruzione di una democrazia nuova e superiore
ha rappresentato non solo unesperienza storica straordinaria ma anche
un riferimento decisivo, teorico e pratico, per la stessa nascita del movimento
comunista di questo secolo. Ciò che è fallito al contrario,
è il potere di una burocrazia che ha via via smantellato la democrazia
dei soviet e del partito, trasformando la dittatura del proletariato nella
dittatura della burocrazia sul proletariato.
Occorre allora trarre le lezioni da questa esperienza,
rilanciando il programma fondamentale di Lenin e di Gramsci: quello che
combina labolizione della proprietà borghese con la costruzione
di un nuovo potere, della democrazia dei consigli. Una democrazia che ridefinisce
natura e soggetto del potere, supera la scissione tra masse e istituzioni,
abolisce i privilegi dei rappresentanti eletti, sancisce la revocabilità
permanente di questi ultimi. Una democrazia che supera e rimuove quella
rete di poteri legali e illegali, palesi e occulti, che restano il cuore
di ogni democrazia borghese come strumento di intimidazione permanente
contro i lavoratori. Una democrazia, infine, che è superiore proprio
perché supera e rimuove la separatezza burocratica dello Stato borghese
e perché coniuga il rispetto del pluralismo politico con il carattere
pubblico della proprietà.
3.8 Linternazionalismo come orizzonte
programmatico
La rifondazione deve recuperare, infine, la sostanza
profonda dellinternazionalismo comunista. Se il capitalismo ha unificato
il mondo, il comunismo non può pensarsi come ritorno ai particolarismi
nazionali. Al contrario, esso si pone lobiettivo di condurre in avanti
la storia umana liberando leconomia mondiale dal dominio dellimperialismo
e dalle conseguenze che quel dominio genera.
Peraltro, nessuno dei grandi problemi, delle grandi emergenze
della nostra epoca - dalla questione sociale alla questione ambientale
- può trovare compiuta soluzione sotto le bandiere nazionali.
Oggi, peraltro, nella stessa Europa, lintegrazione su
basi imperialistiche attorno alla moneta unica offre una base di rilancio
allinternazionalismo.
Infatti, i giganteschi nuovi processi di concentrazione
proprietaria nel campo produttivo e finanziario richiedono ai comunisti
non solo un più forte e diretto approccio internazionalistico alle
lotte sindacali in direzione di un loro coordinamento unitario; non solo
la ricerca in ogni forma possibile, della più ampia convergenza
di lotta in Europa contro le politiche dilaganti di privatizzazione e flessibilizzazione;
ma anche la capacità di indicare unalternativa programmatica radicale
alleuropeismo imperialistico e alla decadenza sociale che esso delinea.
Da qui la necessaria battaglia teorica e politica contro le illusioni riformiste
circa una possibile Europa sociale in ambito capitalistico e lavanzamento
dellindicazione, oggi necessariamente propagandistica, dellEuropa dei
lavoratori, basata sul rovesciamento del capitale finanziario e su uneconomia
pianificata dai lavoratori stessi e dal loro potere.
La rifondazione comunista deve dunque intendere linternazionalismo
nellaccezione più ampia e profonda. Non può ridurlo a semplice
solidarismo verso lotte e movimenti di altri paesi, ma deve rivendicarlo
come parte integrante e inseparabile dello stesso programma comunista.
Per questo la ricostruzione di una direzione internazionale della lotta
per il socialismo è un obiettivo strategico essenziale. In questo
ambito il Prc deve perseguire da subito un orientamento chiaro assumendo
la ricerca di un raccordo e confronto prioritario con le forze del movimento
operaio oggi collocate, internazionalmente, a sinistra delle socialdemocrazie
e allopposizione dei loro governi e che si pongono in una prospettiva
di trasformazione rivoluzionaria della società.
3.9 Rifondazione comunista e liberazione
della donna
La Rifondazione può e deve recuperare la tematica
decisiva della liberazione della donna, entro la prospettiva del comunismo.
E questa una battaglia politica e culturale che investe lo stesso movimento
operaio.
Contro ogni rimozione del problema, contro ogni sua riduzione
economicistica, la rifondazione deve riconoscere apertamente la specificità
delloppressione femminile: unoppressione dalle radici millenarie e dalle
basi mondiali che vede la donna subordinata al dominio maschile, ben al
di là della sua classe di appartenenza. Unoppressione che per le
donne proletarie si somma allo sfruttamento di classe e che tuttavia non
è riducibile ad esso. Unoppressione che, attraverso la schiavitù
domestica, è organicamente funzionale alla riproduzione capitalistica.
Al tempo stesso la rifondazione è chiamata a criticare
e respingere le teorie idealistiche oggi presenti in una parte rilevante
del pensiero femminista che concepiscono loppressione femminile come fatto
dovuto allimposizione da parte delluomo sulla donna del proprio codice
simbolico. Questa tesi, che rimuove lorigine storica (comunque complessa)
delloppressione femminile per attribuirla ad una radice in ultima analisi
biologica, spesso riduce la liberazione della donna e la stessa conquista
di una coscienza di genere ad una rivoluzione simbolica e culturale (la
riappropriazione del proprio linguaggio rimosso) separandola di fatto da
un contenuto sociale e quindi da una prospettiva anticapitalistica.
Al contrario, il rilancio di una prospettiva di liberazione
della donna è inseparabile da una lettura di classe del mondo contemporaneo.
La crisi congiunta di capitalismo e riformismo si scarica con raddoppiata
violenza sulla condizione delle donne. Nei paesi imperialisti disoccupazione
di massa, precariato, flessibilità riguardano spesso prima di tutto
la popolazione femminile. Nei paesi dipendenti, in Asia e nellEst crisi
e crolli economici, gettano sulla strada grandi masse di donne, condannandole
al degrado, alla prostituzione o alla tragedia dellimmigrazione. Ovunque
larretramento del movimento operaio trascina con sé conquiste sociali
e democratiche delle donne, strappate nella precedente fase di ascesa.
E la distruzione di tali conquiste ha esteso e acuito loppressione femminile
nella sua stessa specificità di genere.
Non a caso oggi, mentre procede lo smantellamento dei
sistemi pubblici di wellfare, conosce un forte rilancio lideologia familistica
che esalta la naturale vocazione femminile per il lavoro di cura, allo
scopo di scaricare di nuovo sulle donne il peso delle persone inferme,
anziane, disabili, ecc. di cui si vuole sgravare il bilancio pubblico e
in ultima analisi limpresa.
Proprio per queste molteplici ragioni la svolta depoca
di fine secolo rilancia lo stretto vincolo tra liberazione delle donne
e alternativa anticapitalistica.
La ripresa di un forte movimento di liberazione della
donna su scala internazionale, che intrecci rivendicazioni democratiche
e di genere e lotta alloppressione sociale, è una componente decisiva
del rilancio di una prospettiva socialista.
Al tempo stesso solo una prospettiva socialista, che
spezzi il dominio del capitale nel mondo, può creare le condizioni
necessarie, non sufficienti, per uneffettiva liberazione delle donne dalla
loro specifica oppressione di genere.
Duplice è allora il compito della Rifondazione:
sviluppare nel movimento operaio, maschile e femminile, la coscienza della
centralità della liberazione della donna contrastando ogni forma
di pregiudizio e cultura regressiva; sviluppare nel movimento delle donne
la consapevolezza della centralità della lotta di classe e del movimento
operaio come riferimento strategico per la propria liberazione: promuovendo
in questa prospettiva il massimo impegno nella lotta quotidiana delle donne
per la difesa e lampliamento dei propri diritti sociali e di genere.
3.10 La rivoluzione italiana
Entro questo quadro generale il Prc ha la necessità
di misurarsi con la complessa problematica della rivoluzione in Occidente
e, in essa, della rivoluzione italiana.
I comunisti non devono temere di rivendicare la rivoluzione
italiana chiamandola col suo termine proprio. Di rivoluzione italiana
hanno parlato impropriamente negli anni Novanta i peggiori esponenti della
borghesia (da Segni a Bossi a Fini) per nascondere la continuità
del blocco dominante dietro la svolta del maggioritario e della II Repubblica:
è ciò che Gramsci chiamava rivoluzione passiva. Di rivoluzione
ha parlato persino il II Congresso del Pds per mascherare la rimozione
della anomalia italiana, segnata dalla forza della classe lavoratrice,
dietro le bandiere della svolta liberale e dellinno al mercato: è
il sogno dellItalia normale. Davvero non si vede perché di rivoluzione
non possano parlare invece i comunisti capovolgendo il segno di quelle
mistificazioni e restituendo quel termine alla sua verità. Come
diceva Gramsci: Non esiste in Italia possibilità di una rivoluzione
che non sia la rivoluzione socialista.
I comunisti non debbono temere lobiezione superficiale
e demagogica per cui lordine nuovo non è oggi attuale. Certo:
non è attuale se si intende che non è iscritto negli attuali
rapporti di forza e nella coscienza di quei soggetti sociali che potrebbero
realizzarlo; ed anzi proprio la tradizione riformistica del movimento operaio
ed il suo approdo liberale, congiunti con le sconfitte sociali e la fine
dellUrss hanno determinato un profondo arretramento della coscienza politica
dei lavoratori italiani. Ma esso è invece attualissimo se lo si
intende come unica vera risposta oggettiva alla crisi della società
borghese. E il compito dei comunisti non è quello di limitarsi agli
obiettivi immediatamente realizzabili (come, in polemica con Lenin, sostenevano
gli economicisti russi), ma è quello di partire dagli obiettivi
immediati per elevare forza e coscienza soggettive delle classi subalterne
allaltezza delle necessità oggettive della rottura anticapitalistica.
Lintera propaganda e agitazione politica del partito,
linsieme del suo lavoro di massa nei movimenti e nelle lotte devono essere
indirizzati a condurre la maggioranza dei lavoratori, delle lavoratrici,
delle masse oppresse a questa conclusione di fondo: non esiste una soluzione
riformista alla crisi del capitalismo e del riformismo. Non esiste possibilità
e spazio di un nuovo modello di sviluppo senza sfondare le compatibilità
del modo di produzione capitalistico. Non cè possibilità
e spazio di una nuova politica economica socialmente progressiva senza
mettere in discussione la struttura capitalista delleconomia. Non cè
possibilità e spazio di una grande riforma redistributiva del reddito
senza incunearsi nei rapporti borghesi di produzione e di proprietà.
Non cè possibilità e spazio di risolvere i problemi del
territorio e dellambiente senza manomettere la logica del mercato e
i sacri diritti della proprietà privata.
Al contrario: tutte le esigenze di fondo della classe
lavoratrice, dei giovani, delle grandi masse femminili, dei disoccupati,
dei pensionati; tutte le grandi questioni storiche che segnano nel lungo
periodo la vita italiana (innanzitutto la questione meridionale) pongono
la necessità di unalternativa anticapitalistica quale condizione
e cornice della loro soluzione.
Lassunzione di questa prospettiva strategica non solo
non conclude la ricerca della rifondazione comunista, ma finalmente la
apre, individuando il terreno vero e complesso della riflessione strategica,
oggi, sul programma generale della rivoluzione italiana.
Il programma generale dellalternativa socialista non
può infatti ridursi ad una astrazione letteraria ma deve raccordarsi
ai grandi nodi strategici della rivoluzione italiana come progetto storico
e, al tempo stesso, al nuovo quadro della situazione nazionale.
Naturalmente un programma compiuto, adeguato alla nuova
situazione storica dellItalia non può essere oggetto di improvvisazione.
Esso richiederà unelaborazione complessa e un impegno appropriato
di tutto il partito anche al di là dellattuale congresso.
Ma il IV Congresso istruisce questa elaborazione partendo
dai suoi tre terreni fondanti:
a) lanalisi oggi del blocco storico dellalternativa,
sullo sfondo delle profonde modificazioni della struttura sociale dellItalia
e dellattuale transizione alla II Repubblica, dellintegrazione europea;
b) la nuova configurazione della questione meridionale;
c) la tematica di un programma transitorio, capace di
congiungere il programma minimo con lalternativa anticapitalistica.
3.11 Il blocco storico dellalternativa
La tradizione storica del riformismo italiano ha inteso
come blocco storico o la mediazione sociale interclassista a fini elettorali
(vedi la cosiddetta alleanza tra classe operaia e ceto medio) o laggregazione
di soggettività critiche politico-culturali accomunate da sensibilità
anticapitalistiche (vedi Convenzione per lalternativa). Nellun caso come
nellaltro entro visioni politiche o subalterne o marginali.
Il PRC recupera, allopposto, la concezione gramsciana
del blocco storico come costruzione di un sistema di forze sociali in funzione
del rovesciamento del capitalismo e della trasformazione socialista. Questo
criterio va oggi applicato per individuare i lineamenti del nuovo blocco
storico, entro una realtà nazionale enormemente mutata.
Nonostante le sconfitte subite e la riarticolazione profonda
della sua composizione sociale (con particolare riferimento al decentramento
produttivo nell'industria) il proletariato italiano resta la forza egemone
naturale di un fronte sociale alternativo: è il soggetto sociale
che più di ogni altro - indipendentemente dai livelli dati di combattività
o di coscienza - ha l'interesse oggettivo a contrastare l'attuale disegno
strategico borghese. E' e resta il soggetto sociale potenzialmente capace
del maggior livello di mobilitazione di massa (come rivela il grande movimento
dell'autunno '94 contro il governo Berlusconi); è e resta il soggetto
sociale che più di ogni altro, nelle fasi di movimento e radicalizzazione
tende ad aggregare attorno a sé altri soggetti, movimenti, domande
sociali, come si è visto nello stesso movimento del '94.
Il PRC considera dunque errate quelle tesi ricorrenti
in ambienti diversi della sinistra che partendo dall'analisi della nuova
organizzazione del lavoro tendono o a giudicare tramontato il ruolo anticapitalistico
del proletariato o a teorizzare la rottura strutturale tra lotta sociale
e lotta politica.
In primo luogo queste tesi sociologistiche, pur cogliendo
elementi reali, finiscono col minimizzare pesantemente il ruolo e la responsabilità
delle direzioni politiche e sindacali della classe lavoratrice nella determinazione
di quelle stesse sconfitte.
In secondo luogo approdano di fatto inevitabilmente alla
liquidazione stessa della prospettiva anticapitalistica, ripiegando talvolta
su visioni disperate e millenaristiche, combinate col recupero di illusioni
premarxiste e riformistiche (v. lidea della centralità del terzo
settore).
E tuttavia non è sufficiente la riaffermazione
formale della centralità di classe. E' necessario analizzare la
sua configurazione attuale in Italia: indagando lattuale composizione
del proletariato come nuovo insieme del lavoro dipendente, pubblico e privato,
ma anche delle molteplici figure del lavoro subordinato solo formalmente
autonomo, e ridefinendo attorno ad esso larticolazione del blocco storico
alternativo.
Il lavoro dipendente si configura oggi come realtà
eterogenea, spesso frammentata, che ridisegna la centralità di classe
e le sue basi materiali attorno ad alcuni segmenti essenziali:
- la classe operaia della grande industria, forza centrale
della prospettiva anticapitalista;
- la classe operaia della piccola e media industria e
nell'artigianato, la cui crescita relativa all'interno della classe lavoratrice
è il sottoprodotto della nuova divaricazione tra concentrazione
finanziaria e decentramento produttivo;
- il lavoro impiegatizio dell'industria, segnato da una
crescita di lungo periodo entro la storia del capitalismo novecentesco;
- il lavoro dipendente nella distribuzione commerciale
(sia nella concentrazione dei grandi gruppi sia nelle articolazioni al
dettaglio), nei trasporti, nel settore turistico, nel settore pubblicitario,
nelle comunicazioni, legato alla grande espansione del terziario (ivi incluso
quel settore sociale che si presenta solo formalmente come lavoro autonomo
quali traduttori, pony-express ecc.);
- il lavoro impiegatizio nel settore creditizio e nelle
assicurazioni, il cui sviluppo ha accompagnato l'espansione abnorme del
capitale finanziario e la sua concentrazione;
- il pubblico impiego, nella sua composita articolazione,
la cui massificazione sociale di lungo periodo è il frutto della
precedente espansione della spesa pubblica;
- i lavoratori immigrati extracomunitari, prodotto del
supersfruttamento dei paesi dipendenti e della loro pauperizzazione verticale
sullo sfondo della stagnazione mondiale.
Questo universo sociale, nella sua complessa stratificazione
e infinite contraddizioni, ha interessi di fondo convergenti. Non solo
in quanto lavoro salariato ma anche in rapporto all'attuale indirizzo delle
politiche liberiste.
Contrastare ogni settorialismo corporativo, ricomporre
l'unità del lavoro dipendente contro le dinamiche di disgregazione,
costruire la consapevolezza di un suo interesse convergente contro il blocco
dominante e per lalternativa di sistema, è compito essenziale dei
comunisti.
Un secondo tassello del blocco sociale alternativo è
dato dalla massa dei disoccupati e dalla crescita abnorme del lavoro precario
e flessibile. Anche qui siamo in presenza di un fenomeno di nuova qualità
e rilevanza, che invera in forme nuove il marxiano "esercito industriale
di riserva": una massa sociale che cresce strutturalmente sia come effetto
della stagnazione, sia come risultante del decentramento internazionale
della produzione che massifica un proletariato supersfruttato nei paesi
dipendenti mentre moltiplica i disoccupati nelle metropoli. Legemonia
di classe sui disoccupati e sulle figure della forza lavoro precaria è
in Italia tanto più importante se si considera che disoccupazione
di massa e precarizzazione del lavoro si intrecciano profondamente non
solo con luniverso giovanile ma col cuore della questione meridionale.
La costruzione del blocco anticapitalistico tra la classe
operaia industriale, il resto del lavoro dipendente, i disoccupati e i
precari non solo è alternativa alla politica dellalleanza col "ceto
medio" ma implica precisamente la riconquista piena dellindipendenza di
classe dei lavoratori anche dalla piccola - e media impresa: una piccola
e media impresa che in forme diverse ha ampiamente partecipato allaccumulazione
proprietaria degli anni Ottanta e Novanta nellambito della rendita immobiliare
e finanziaria, moltiplicando per questa via sia gli intrecci con la grande
borghesia sia la contrapposizione di classe col lavoro dipendente. Altro
è il caso di quegli strati inferiori del ceto medio che non sfruttano
il lavoro dipendente, spesso espulsi dal mercato del lavoro o minacciati
di proletarizzazione. Questo settore può e deve essere conquistato
allalternativa anticapitalistica: ma alla condizione di unegemonia di
classe che lo sottragga allalleanza innaturale con la piccola e media
borghesia.
3.12 La nuova questione meridionale
Le masse meridionali sono un alleato strategico decisivo
della classe operaia nella prospettiva anticapitalistica, ed una forza
determinante per laffermazione di tale prospettiva.
La questione meridionale si ripropone come questione
centrale della vita nazionale e uno dei punti di massima intersezione di
questione sociale e questione democratica. Già la storia degli anni
Ottanta ha segnato la continuità del processo di emarginazione economico
e sociale del Sud allinterno della divisione nazionale e internazionale
del lavoro. La svolta degli anni Novanta e lavvio della II Repubblica
induce la situazione meridionale a una vera e propria precipitazione: il
taglio dei trasferimenti assistenziali, il disegno liberista del federalismo,
la riproposizione delle gabbie salariali, la flessibilizzazione dilagante,
si pongono su uno sfondo sociale già segnato da una profonda deindustrializzazione
e dallulteriore espansione di una disoccupazione di massa, specie giovanile
già da tempo drammatica Lingresso nellEuropa di Maastricht consoliderà
e accentuerà queste tendenze di fondo: confermando una volta di
più che là crescente marginalità delleconomia meridionale
lungi dallessere unespressione di arretratezza e di "ritardo" è
il risvolto dialettico di una reale integrazione nel moderno mercato capitalistico.
Peraltro lulteriore declino del Sud produce al suo interno
una polarizzazione della ricchezza e del contrasto di classe. Da un lato
abbiamo una borghesia meridionale emergente legata alle costruzioni, al
terziario e alleconomia turistica, protagonista spregiudicata delle operazioni
speculative sulle aree industriali dismesse e che moltiplica i propri capitali
attraverso i meccanismi della rendita urbana, agraria e finanziaria. è
una borghesia nuova e dinamica, intrecciata alla borghesia del Nord da
un fitto reticolo di affari, e che al tempo stesso si mostra capace di
una significativa egemonia su settori rilevanti della società meridionale,
in particolare sulle libere professioni e su ampie fasce del ceto medio
commerciale. Al polo opposto il pesante ridimensionamento della classe
operaia industriale si accompagna ad un processo di più ampia pauperizzazione
segnato dal peso crescente dei disoccupati, dalla precarietà del
lavoro stagionale, dal declassamento di un pubblico impiego privato delle
vecchie certezze di status e di reddito, dalla frustrazione delle aspirazioni
sociali della larga maggioranza delle donne.
In questo quadro la criminalità organizzata trova
il suo spazio naturale di inserimento e riproduzione sociale: essa si intreccia
profondamente con la borghesia meridionale di cui è organica frazione,
attraverso un complesso rapporto: da un lato esercita su di essa un prelievo
fiscale illegale e diffuso, largamente sostitutivo del fisco statale, entrando
così in contraddizione con linteresse complessivo della borghesia
nazionale, ma dallaltro le assicura protezione sociale, afflusso finanziario
e credito bancario (anche attraverso lutilizzo di settori dello Stato
e della pubblica amministrazione). Inoltre la criminalità agisce
come ufficio di collocamento di giovani disoccupati e quindi, paradossalmente,
come ammortizzatore sociale, tanto più in una fase in cui lo Stato
borghese, da sempre. attore e gendarme, giunge a negare persino lassistenza.
Infine le risorse erogate dallo Stato per patti territoriali e contratti
darea spesso alimentano, direttamente o indirettamente, proprio le forze
della criminalità. In questo quadro nessuna sentenza di tribunale
o iniziativa giudiziaria, nessun proclama solenne di lotta alla mafia,
nessuna crisi delle sue vecchie mediazioni democristiane, può rimuovere
peso sociale e radici della criminalità organizzata, sistematicamente
riprodotti dalla società, capitalistica e obiettivamente incorporati
al blocco storico dominante. Tanto meno sono credibili i già falliti
appelli antimafia rivolti a quella borghesia "onesta e democratica" la
cui stessa consistenza è messa in discussione dai recentissimi dati
sullevasione fiscale nel Sud e che in ogni caso è paralizzata dal
suo stesso interesse sociale e di classe.
No: al blocco storico dominante tra la grande borghesia
del Nord e la borghesia meridionale, ivi inclusa la sua frazione criminale,
occorre contrapporre il blocco storico tra la classe operaia e le masse
popolari del Sud a partire dai lavoratori e dai disoccupati. Ed anzi questo
blocco di classe è il solo che può trasformare la questione
meridionale da classica leva del sovversivismo reazionario (nelle opposte
demagogie, fascista e leghista) in leva del rivolgimento anticapitalista.
3.13 Un programma di transizione
La stessa ricomposizione del blocco sociale alternativo
richiede lelaborazione di un sistema di rivendicazioni e di un metodo
che sappiano connettere gli obiettivi immediati della nostra azione alla
prospettiva unificante dellalternativa anticapitalistica.
Il Prc deve superare quelle concezioni neoriformistiche
che, in forme diverse, ripropongono la vecchia separazione tra programma
minimo (obiettivi immediati) e programma massimo (socialismo), cara
alla II Internazionale di fine Ottocento inizio Novecento e contro la quale
nacque il movimento comunista.
La svolta depoca attuale, peraltro, rende del tutto
improponibile quella vecchia separazione. Entro la crisi capitalistica
ogni obiettivo immediato, ogni reale movimento di massa tende a cozzare
con le ristrette compatibilità del capitale in crisi e le leggi
materiali della sua decadenza. Mentre la coscienza politica delle masse
e dei loro stessi movimenti di lotta, tanto più dopo le sconfitte
subite, è profondamente al di sotto delle implicazioni oggettive
delle loro esigenze.
Questa contraddizione di fondo riattualizza la concezione
comunista del programma di transizione: di un programma che sia capace
di individuare un ponte tra coscienza attuale delle masse e necessità
della rottura anticapitalistica. Si tratta di rielaborare, in rapporto
alle attuali condizioni dellItalia, un sistema di rivendicazioni e un
metodo che:
a) si colleghi alla concretezza della situazione sociale
e alle esigenze più pressanti delle classi subalterne per dimostrare
che la loro piena soluzione passa per la rottura con lordine capitalistico;
b) sia capace di favorire esperienze pratiche di lotta
e movimenti reali che proprio per il loro carattere dirompente sviluppino
la coscienza anticapitalistica delle masse;
c) favorisca e promuova la ricomposizione unitaria del
blocco sociale alternativo, per lalternativa di sistema;
d) prefiguri il quadro programmatico del governo dellalternativa,
e cioè, linsieme delle misure e provvedimenti anticapitalistici
che un governo dei lavoratori sarebbe chiamato a realizzare come alternativa
alla crisi sociale.
Proprio per questo non si può richiedere a un
programma di transizione il rispetto delle compatibilità: al contrario
esso si fonda sul presupposto che le esigenze generali delle masse sono,
in questa epoca di crisi, incompatibili con la struttura capitalistica
della società.
Comè naturale il programma transitorio non può
ridursi ad uno schema scolastico e rigido. Ed anzi per sua stessa natura
esso richiede unarticolazione duttile, inevitabilmente mutevole, capace
di aggiornare accento e baricentro in rapporto alla concreta dinamica della
lotta di classe al particolare settore di intervento. Ma lessenziale è
il suo metodo: è la riconduzione agli scopi rivoluzionari di tutta
la politica quotidiana, in ogni ambito di insediamento sociale, territoriale,
sindacale, fuori da ogni logica settorialista, localista o sindacalista.
La proposta di vertenza generale del mondo del lavoro
e dei disoccupati è una prima parziale sperimentazione di questo
metodo: indica un approccio sindacale non sindacalistico e invece segnato
da una logica di ricomposizione sociale anticapitalistica.
Nella stessa logica è centrale la battaglia indicata
contro la flessibilità e la precarizzazione del lavoro. Le parole
dordine basta col precariato, no alla flessibilità, per contratti
a tempo indeterminato sono indicazioni semplici e unificanti, in grado
di rompere con lideologia e le compatibilità capitalistiche della
fase attuale. Daltra parte lincubo di unesistenza precaria, sacrificata
alle esigenze padronali, coinvolge giovani e anziani, genitori e figli,
piccola borghesia pauperizzata e classe operaia, tende a unificare gli
interessi delle componenti strutturali dellesercito industriale di riserva
e dei settori più deboli della classe operaia attiva.
Questo approccio, a sua volta, va combinato e integrato
sullo stesso terreno sociale con rivendicazioni direttamente anticapitalistiche
che si colleghino a movimenti e fatti reali per introdurre nel movimento
operaio e innanzitutto nella sua avanguardia il tema della rottura con
la proprietà capitalistica e la questione dello stato. Temi oggi
essenzialmente propagandistici e tuttavia di rilevanza centrale nella prospettiva
socialista.
3.14 Un piano anticapitalistico contro
la crisi
In Italia, come in tutta Europa, è allordine
del giorno laggressione alle conquiste sociali e ai diritti strappati
dal movimento operaio nella precedente fase di ascesa di lotta e di prosperità
economica. I comunisti, naturalmente, sono e debbono essere in prima fila
nellopposizione allaggressione liberista. Ma non possono limitarsi ad
una pura azione difensiva, pur prioritaria. Né daltro canto possono
illudere se stessi e i lavoratori circa la possibilità di un nuovo
modello di sviluppo entro le maglie di un capitalismo in crisi. E invece
essenziale collegare, ovunque possibile, lazione di difesa e ampliamento
dello stato sociale e dei diritti con un programma anticapitalistico contro
la crisi che indichi una soluzione di classe alternativa delle esigenze
sociali delle masse in aperta collisione con le compatibilità del
capitale.
I comunisti rivendicano innanzitutto un diritto universale
di cittadinanza come soddisfazione dei fondamentali bisogni sociali, individuali
e collettivi. Per questo assumono nel loro programma la richiesta di unassistenza
sanitaria pubblica, gratuita e uguale per tutti; il ristabilimento e la
difesa del sistema previdenziale pubblico a ripartizione; la difesa e trasformazione
della scuola pubblica contro la sua privatizzazione; un effettivo diritto
alla casa, fuori e contro la liberalizzazione in atto. Più in generale
il Prc rivendica la difesa dellambiente e uno sviluppo ecologicamente
compatibile, con un vasto piano di riconversioni produttive e la modifica
dei modi di produzione e di consumo.
Ma proprio la difesa e lampliamento dei diritti sociali,
nonché la rivendicazione di un nuovo sviluppo, pongono il problema
elementare della spesa pubblica e del suo reperimento. I comunisti debbono
dare una coerente risposta anticapitalistica e tale problema.
Attraverso il debito e i trasferimenti pubblici, le agevolazioni
e gli incentivi fiscali lo Stato trasferisce ogni anno al blocco del profitto
e della rendita risorse finanziarie gigantesche ricavate dal taglio progressivo
delle spese sociali, dal blocco dei salari pubblici, dalla pressione fiscale
sul lavoro dipendente (cui fa riscontro lenorme evasione fiscale, legale
e illegale, delle classi dominanti). Questo meccanismo ridistributivo,
sanzionato ritualmente da ogni finanziaria, non è un accidente di
percorso ma una funzione strutturale dello Stato borghese nella sua azione
di sostegno del capitalismo decadente.
I comunisti non possono allora rispondere con una semplice
rivendicazione di tipo redistributivo (tassazione della rendita e patrimoniale)
magari valorizzando il suo realismo razionalizzatore o lesempio di altri
paesi capitalistici. Tanto meno possono illudersi di convincere ad un compromesso
fiscale la presunta borghesia illuminata. Debbono invece collegare tali
rivendicazioni ad una proposta programmatica generale che rompa i vincoli
strutturali del capitale.
Se la Confindustria trova equo che il lavoro dipendente
regga il grosso del carico fiscale, in un paese in cui il 10% delle famiglie
detiene il 40% della ricchezza sociale, i comunisti rivendicano la tassazione
progressiva della rendita, del profitto e dei grandi patrimoni anche come
leva per consentire la detassazione di unampia quota del salario.
Se la borghesia pratica in massa levasione fiscale,
ottenendo periodici condoni, e usa i soldi così risparmiati per
esercitare la corruzione come norma; se lo Stato dichiara la propria impotenza
ad accertare gli evasori, i comunisti rivendicano il controllo operaio
e popolare sul fisco, a partire dallabolizione del segreto commerciale
e del segreto bancario.
Se la grande borghesia rivendica la normalità
dei trasferimenti pubblici al profitto (100.000 miliardi allanno) nel
mentre fustiga lassistenzialismo verso il Sud, i comunisti chiedono labolizione
di quei trasferimenti e la destinazione delle risorse così liberate
per il salario sociale ai disoccupati e la rinascita del Sud. Con il grande
sviluppo di interventi pubblici, a partire dal Mezzogiorno, nella scuola,
nella sanità, nei trasporti su ferro, nella conservazione e valorizzazione
del patrimonio artistico, nello sviluppo agro-alimentare.
In conclusione: alla radicalità antioperaia della
borghesia, occorre rispondere con la radicalità di classe del mondo
del lavoro e dei disoccupati.
3.15 La questione della proprietà
Di fronte allavanzata delle privatizzazioni e alla gigantesca
concentrazione proprietaria in atto, i comunisti non possono replicare
solo in chiave difensiva (no alle privatizzazioni), né possono allopposto
limitarsi alla propaganda, pur necessaria, del socialismo e delleconomia
pianificata.
Dobbiamo iniziare a porre concretamente la questione della
proprietà a partire dalle necessità che sorgono dai movimenti
di lotta, in relazione al controllo dei lavoratori, e ad una prospettiva
sociale alternativa.
Il Prc deve rivendicare ad esempio la nazionalizzazione
delle aziende in crisi, allorché la ristrutturazione mette a repentaglio
migliaia di posti di lavoro, come unica condizione di un loro risanamento
e riconversione sotto un controllo e finalità sociali.
Il Prc deve inoltre rivendicare la nazionalizzazione
delle industrie inquinanti e della produzione bellica: perché è
questa la condizione affinché i necessari processi di riconversione
produttiva non si risolvano contro i lavoratori e possano dunque avere
il loro sostegno nellinteresse unitario della lotta ambientalista e contro
la guerra.
Va infine rivendicata la nazionalizzazione di quelle
aziende segnate da gravi pratiche di corruzione e speculazione. In questo
senso va chiesta la nazionalizzazione dellindustria farmaceutica per rimuovere
quel settore capitalistico che ha combinato al massimo grado spreco e cinismo
senza scrupoli, con una speculazione rivoltante sulla salute e un ricatto
sistematico verso lo stesso sistema sanitario.
Più in generale, contro la volgare propaganda antistatalista,
i comunisti debbono sviluppare lidea che solo lacquisizione allo Stato
dei settori strategici produttivi e bancari crea le condizioni di un diverso
modello di sviluppo, capace ad esempio di programmare una reindustrializzazione
al Sud ecologicamente compatibile e svincolata dalla logica devastante
del profitto.
Va peraltro chiarito ai lavoratori che le nazionalizzazioni
che noi proponiamo non hanno nulla a che vedere con le vecchie cattedrali
dellindustria pubblica. Infatti i comunisti:
a) si battono per nazionalizzazioni senza indennizzo
(con la doverosa tutela dei piccoli risparmiatori): sia perché lindennizzo
è già stato pagato dallo sfruttamento dei lavoratori, dallambiente,
dai trasferimenti pubblici, sia per evitare che esso si trasformi, come
per lEnel nel 63, in una nuova occasione di speculazione finanziaria;
b) si battono perché contestualmente alla nazionalizzazione
siano messi in campo strumenti di controllo operaio e popolare: lapertura
dei libri contabili ai lavoratori e ai consumatori, unita allabolizione
del segreto bancario, crea le condizioni di un vero controllo democratico
ed autorganizzato;
c) contro ogni illusione di economia mista e di democratizzazione
del capitalismo collegano la rivendicazione delle nazionalizzazioni alla
prospettiva dellalternativa di sistema: di unalternativa complessiva
di società e di potere.
3.16 La questione dello Stato
Infine, il metodo transitorio deve ispirare lintervento
dei comunisti sulle questioni dello Stato e del potere.
Il Prc non può limitarsi alla difesa delle conquiste
democratiche, alla critica della separatezza dello Stato dalla società,
alla denuncia della sua capacita corruttrice verso lo stesso movimento
operaio e le sue rappresentanze istituzionali.
Il Prc deve recuperare e aggiornare lanalisi marxista
della natura di classe dello Stato, nella sua stessa forma democratico
borghese. E farne oggetto di denuncia e chiarificazione tra le masse.
La democrazia borghese è un paradiso per i ricchi,
un inganno per i poveri e gli sfruttati. La corruzione diretta dei funzionari
e lalleanza tra governo e Borsa assicurano nella repubblica più
democratica lonnipotenza della ricchezza. Queste parole di Lenin conservano
oggi una straordinaria attualità politica.
La storia italiana del dopoguerra ha ampiamente documentato
la vera natura della democrazia borghese. Proprio la vicenda di Tangentopoli,
lungi dal rivelare una patologia dello Stato, ne ha invece disvelato la
normalità e lessenza: quella di una grande macchina burocratica
infeudata alleconomia capitalistica e al blocco sociale dominante e per
questo tempio di corruzione, criminalità, lotte per bande, spartizioni
e lobby. Ciò che peraltro corrisponde, in varie forme, alla normalità
di ogni altra democrazia dellOccidente.
Oggi il progetto della II Repubblica mira ad utilizzare
la bandiera del nuovo come leva di una semplificazione autoritaria al
servizio dello stesso grande capitale (corruttore), del riciclaggio della
stessa macchina statale (corrotta) e contro le stesse vittime sociali (i
lavoratori) della I Repubblica. Allopposto i comunisti debbono assumere
la rottura di questa macchina statale, comunque ricomposta, come elemento
strategico di unalternativa anticapitalista.
Lalternativa strategica e di fondo alla crisi della
democrazia borghese sta nel rilancio strategico della democrazia dei lavoratori
basata sullautorganizzazione consiliare.
Il movimento operaio italiano ha una ricca esperienza
di organizzazione consiliare: dal biennio rosso sino allautunno caldo,
in ogni precipitazione radicale dello scontro sociale esso ha teso a sprigionare
proprie strutture di partecipazione e controllo come embrioni di una democrazia
alternativa. Questa istanza consiliare, in varie forme, è peraltro
riaffiorata ripetutamente su altri piani anche in movimenti di massa settoriali
(come nel caso del movimento degli insegnanti dell87-88) o in alcune fasi
e settori del movimento degli studenti. E persino oggi si è riproposta
in parte come domanda di ricostruzione di rappresentanze universali e libere
nei luoghi di lavoro contro il monopolio burocratico della contrattazione.
I comunisti debbono assumere sino in fondo lautorganizzazione
come asse strategico e programmatico. Non la riducono ad una veste parasindacale.
Né la concepiscono come estensione e correttivo della democrazia
borghese. Ma lassumono in unottica transitoria come concreto terreno
di lavoro e iniziativa di massa nella prospettiva di un altro potere.
In ogni movimento reale, in ogni acuto conflitto di classe
o antiburocratico i comunisti debbono impegnarsi a:
- proporre e incentivare lautorganizzazione dei lavoratori
e delle lavoratrici sino alla sua espressione consiliare;
- coordinare e unificare le espressioni di autorganizzazione
del mondo del lavoro territorialmente e per categoria;
- collegare lautorganizzazione nei luoghi di lavoro
con realtà autorganizzative di altri soggetti sociali: disoccupati,
giovani, realtà popolari e di movimento;
- unificare nazionalmente, in prospettiva, lautorganizzazione
consiliare, nella prospettiva della rottura anticapitalistica.
Naturalmente si tratta di unimpostazione di metodo,
non di uno schema, che va concretizzata con duttilità. Ma proprio
al fine di evitare una visione astratta e ideologica dellalternativa
socialista (affidata alla storia e separata dalla politica) il Prc non
può ignorare nella propria politica la questione centrale e decisiva
del potere: del potere delle masse lavoratrici e dei disoccupati.
4. Per una riforma profonda del nostro
partito
Il nuovo corso politico e strategico del Prc, e la stessa
esperienza collettiva di questi anni, motivano e richiedono una riforma
profonda del nostro Partito, del suo modo di essere e di agire, della sua
democrazia.
In questi anni il nostro partito ha purtroppo consolidato
autentiche patologie che vanno chiamate col loro nome e finalmente affrontate:
tra le quali, una frequente imposizione amministrativa di istanze superiori
su circoli o federazioni, una ciclica scissione delle rappresentanze istituzionali
dal partito, una scarsa partecipazione dei militanti alla definizione ed
elaborazione delle scelte, una insufficiente trasparenza, agli occhi degli
iscritti, del confronto politico interno al partito e ai suoi organismi,
una crisi profonda e perdurante di radicamento sociale e di classe.
Queste patologie, una volta riconosciute, non possono
essere affrontate e risolte né con lodevoli dichiarazioni dintenti,
né con appelli o circolari e neppure semplicemente con adeguamenti
statutari, pur utili o necessari. Debbono essere indagate e affrontate
innanzitutto in termini politici generali e di fondo.
Troppo pesante è ancora nel Prc quella eredità
politica e culturale (tipicamente riformista) che concepisce il partito
come fine a sé, invece che come strumento di trasformazione. Troppo
spesso il metro di misura del partito e della sua linea non è lavanzamento
o meno di un progetto, ma, in sé, il numero di voti o di assessori,
i riconoscimenti istituzionali, la proiezione dimmagine. Troppo spesso
il partito si assume come metro di misura di sé stesso.
Questa cultura - davvero autoreferenziale - ha conosciuto
nei due anni passati la massima propagazione nel partito, a vari livelli,
con riflessi pesanti nella sua vita interna. Non solo questa cultura emargina
la questione del radicamento di classe del partito, che è inseparabile
dalla centralità di un progetto di trasformazione; non solo emargina
e comprime la vita democratica interna, spesso vissuta come impaccio, identificando
il partito con la sua gestione di maggioranza, ma è la leva di separazione
del partito dai suoi iscritti (come dimostra labbandono silenzioso di
tanti compagni capaci in questi anni), e delle rappresentanze istituzionali
dal partito.
Certo, il partito ha resistito alla scissione ripetuta
delle sue rappresentanze istituzionali: è la misura di una vitalità
che va valorizzata. Ma dobbiamo evitare tra noi una propaganda autoconsolatoria.
Così come dobbiamo evitare di attribuire semplicisticamente le cause
dellaccaduto al potere seduttivo delle istituzioni. Abbiamo invece la
necessità di un bilancio politico serio che tragga conclusioni di
fondo:
(1) una linea politica del partito che assuma il terreno
istituzionale e di governo, ai vari livelli, come riferimento prevalente
favorisce le periodiche scissioni delle proprie rappresentanze istituzionali.
Perché non solo indebolisce le resistenze del partito alle fisiologiche
pressioni dellambiente istituzionale ma favorisce la progressiva identificazione
delle proprie rappresentanze in quellambiente;
(2) se una maggioranza, quale che sia, si identifica
di fatto col partito, a partire dal monopolio della sua gestione e rappresentanza,
qualsiasi importante divergenza politica in essa, qualsiasi modificazione
di un equilibrio interno ad essa tende a tramutarsi in una destabilizzazione
rovinosa del partito.
4.1 Costruire Il Prc come intellettuale
collettivo
A partire da questo bilancio, la svolta politica e strategica
che il IV Congresso avvia richiede una concezione nuova del partito e della
sua costruzione.
La risposta nuova ai problemi del partito non sta nella
soluzione del partito comunità nei termini in cui viene ora proposta:
quella di un partito che, ponendosi come contraltare alla disgregazione
e al deserto esterno, fa del proprio circolo un centro sociale di organizzazione
mutualistica, scuola, alfabetizzazione...
Questa proposta, oltretutto di dubbia concretezza, non
solo non proietta il partito nel lavoro di massa, ma rischia paradossalmente
di rafforzare la sua autocentratura. Non solo non rompe il circuito dellautoreferenzialità
ma rischia di aggravarlo, sia pure in una forma nuova, cronicizzando i
limiti di settarismo, sradicamento sociale, distacco dai movimenti a tutto
vantaggio dei Ds e degli apparati sindacali.
Occorre invece recuperare e aggiornare una concezione
gramsciana del partito come intellettuale collettivo e impegnato nella
lotta per legemonia tra le masse: e che orienta la propria cultura politica,
la propria strutturazione organizzativa, il proprio criterio di funzionamento
in relazione alla prospettiva anticapitalistica.
Sotto il profilo politico va affermata innanzitutto la
concezione di un partito certo capace di presenza istituzionale ma non
istituzionalista: un partito che quindi non finalizza la politica al voto
ma chiede il voto a una politica; che non subordina lazione di massa alla
propria rappresentanza istituzionale, ma subordina la propria rappresentanza
allazione di massa, allo sviluppo dellopposizione sociale, alla ricomposizione
di un blocco anticapitalistico. Il carattere di massa del partito sta,
prima di tutto, in questa sua proiezione quotidiana verso la conquista
e legemonia più larga tra le classi subalterne: da qui la necessità
di un radicamento sociale nei luoghi di lavoro e sul territorio, della
costruzione e formazione dei militanti e dei quadri, condizione essenziale
per lo sviluppo dellegemonia; del controllo vigile e costante sui propri
rappresentanti istituzionali, che vanno considerati a tutti gli effetti
rappresentanze del partito nelle istituzioni e non delle istituzioni nel
partito.
In questo quadro va abrogato ogni possibile privilegio
delleletto comunista, sancendo statutariamente lobbligo del versamento
al partito dellindennità di carica percepita (e di ogni emolumento),
con la copertura da parte del partito delle spese di mandato e la corresponsione
di uno stipendio pari a quello di un funzionario.
Infine, va affrontato con serietà e concretezza
il problema della costruzione organizzata del partito. A questo proposito
occorre educare il partito e i suoi organismi dirigenti a tutti i livelli
a formulare progetti definiti, concreti e verificabili, per valorizzare
e destinare al meglio le risorse umane e quelle finanziarie, in funzione
del radicamento sociale, della vitalità delle strutture e dellefficacia
delliniziativa del partito, fuori da ogni logica di mera proiezione di
immagine o di mero inseguimento delle scadenze elettorali.
4.2 Per una svolta democratica nel
partito, per un partito di liberi e di eguali
Questa riforma politica profonda della nostra concezione
e costruzione del partito richiama una riforma altrettanto profonda della
sua democrazia, quale terreno decisivo della stessa rifondazione comunista.
Un partito inteso come intellettuale collettivo, impegnato quotidianamente
nella lotta della società borghese per unalternativa di società,
non può vivere la democrazia interna come limite o come obbligo
formale e statutario: deve assumerla invece come condizione stessa della
propria politica e della sua incisività tra le masse. Abbiamo dunque
bisogno di rendere tutti i compagni padroni di casa nel proprio comune
partito: di incoraggiare, non emarginare, le disponibilità dei giovani
compagni; di valorizzare, non di comprimere, spirito diniziativa, creatività
politica, indipendenza di giudizio, che sono lievito indispensabile per
un partito vivo e vitale; e soprattutto di rendere tutti i militanti del
partito partecipi delle elaborazioni e decisioni ai vari livelli del partito
stesso: perché gli orientamenti e le scelte democraticamente definiti
sono anche quelli maggiormente sostenuti nellazione pratica e per questo
più incisivi e paganti. Mentre le scelte passivamente subite, quandanche
condivise, non mobilitano le energie e liniziativa.
Parallelamente va affermato il diritto di ogni compagno
del partito a conoscere il dibattito, le deliberazioni, le posizioni diverse
che emergono nel partito e di contribuirvi consapevolmente (e non per impressioni
ricevute magari dalla stampa avversaria). E essenziale in questo senso
uno strumento di dibattito interno nazionale, con verbali e atti degli
organismi direttivi, a partire dalla Direzione nazionale, ed unampia possibilità
di contributi delle federazioni, circoli, singoli o gruppi di militanti.
E necessario inoltre che la formazione dei compagni
- che va assunta come tema centrale del partito - sia concepita anche come
sviluppo reale della sua democrazia interna; perché solo lo sviluppo
di conoscenze, competenze, preparazione, rafforza lautonomia di giudizio
e quindi la libertà reale della valutazione.
Abbiamo bisogno più in generale di un partito
di liberi e di eguali, che fa della lotta costante al proprio interno contro
ogni forma di burocratismo, di discriminazione, di conformismo burocratico,
il codice nuovo della propria costituzione materiale; va dunque pienamente
ripristinata la piena facoltà di autonoma iniziativa del circolo
contro ogni forma di controllo burocratico della federazione; vanno profondamente
rivisti ruolo e natura degli attuali esecutivi regionali. Va ripristinato
e realmente affermato il diritto delle federazioni a designare democraticamente
le proprie candidature elettorali ai vari livelli, contro logiche di imposizione
da parte delle istanze superiori del partito.
Infine il nostro partito deve combinare la necessaria
unità nellazione esterna - fondamentale in una battaglia per legemonia
- con la più ampia libertà di discussione interna e quindi
con il rispetto pieno dei diritti delle minoranze (a partire da quello
di poter diventare a loro volta maggioranza): solo questo rapporto di piena
democrazia interna e di pari dignità reale (non formale) tra tutte
le posizioni può educare alla concezione e alla pratica di un partito
di liberi e di eguali e soprattutto può legittimare il principio
dellunità nellazione esterna come principio assunto e interiorizzato
dallinsieme del partito.
Peraltro lesperienza che abbiamo vissuto ha dimostrato
che i veri rischi per lunità del partito non stanno nel libero
e leale confronto delle opinioni politiche diverse, ma nella manovra burocratica
silenziosa, nello spirito di clan, nella logica del frazionismo burocratico
e della cordata: che magari fino al giorno prima recitava lunanimismo
del voto e la disciplina di partito.
4.3 Per un forte investimento del
Prc nei Giovani comunisti
In questo quadro va rivisto in profondità lattuale
rapporto tra il partito e i Giovani comunisti.
Certo, con la conferenza dei Giovani comunisti del dicembre
97 abbiamo compiuto un passo avanti importante, grazie alla costituzione
di unorganizzazione democraticamente eletta, capace di iniziativa tra
i giovani. Ma le potenzialità reali e importanti di questa scelta
faticano tuttora a dispiegarsi: sia per ragioni insite nel corso politico
perseguito in due anni dal Prc, ma anche però per ragioni politico-organizzative
che vanno prontamente rimosse.
Il partito spende da anni per i Gc meno di quanto spenda
per qualsiasi dipartimento. La scarsità di fondi disponibili riduce
verticalmente le possibilità di proiezione esterna e addirittura
ostacola pesantemente lo stesso funzionamento regolare del Coordinamento
nazionale dei Gc. In tali condizioni molto spesso e contro la loro volontà
i Gc si riducono ad essere una sigla leggera usata dal partito sul piano
dellimmagine più che unorganizzazione segnata da reale autonomia
di iniziativa e di movimento.
Questa situazione va radicalmente superata.
Il nostro partito deve investire a pieno, politicamente
e finanziariamente, per sostenere la costruzione dellorganizzazione giovanile.
E necessario che i giovani dispongano di un loro bollettino, di uno spazio
regolare su Liberazione, verificando, in prospettiva, la possibilità
di dar vita a un loro organo di stampa, strumento importante per la costruzione
di massa.
Dobbiamo dar vita a una struttura che sappia rispondere
allesigenza di fondo che abbiamo: quella di creare nuovi quadri politici
in grado di costruire - nel vivo dei movimenti - legemonia dei comunisti
tra vasti strati di giovani lavoratori, studenti, disoccupati. Dobbiamo
costruire unorganizzazione di giovani rivoluzionari che lotti per guadagnare
vaste masse giovanili al progetto della rifondazione comunista e quindi
della trasformazione socialista della società.