Franco Giordano

Eravamo facili profeti, quando all’indomani del processo di unificazione monetaria dell’Europa abbiamo visto il pericolo di una torsione liberaldemocratica delle forze di ispirazione socialista, che pure avevano disarcionato le élites dominanti che progettarono Maastricht. In Italia per non essere subalterni a questa deriva avevamo proposto con forza la svolta. Le condizioni del paese la reclamavano e la reclamano ancora: crescita della disoccupazione, impoverimento progressivo di aree sociali, pur in presenza di un’attività lavorativa, un affollarsi di forme di esclusione e di marginalità oltre che di precarizzazione del proprio rapporto di lavoro e di vita. Quella svolta ci fu negata, ora è persino più chiaro, perché in Europa ha preso forza e consistenza, ha permeato le culture dei grandi soggetti politici della sinistra moderata, un’idea di modello sociale e politico, istituzionale: il modello americano. Un modello che interiorizza il paradigma neoliberista e che teorizza la fungibilità delle donne e degli uomini alla produzione competitiva e al mercato, accusando di conservazione quanto vi resista. Ne sanno qualcosa i meccanici che in questi giorni non riescono a chiudere un contratto perché il padronato con buona pace del patto sociale di Natale, ritiene che la pur debole piattaforma dei sindacati di categoria è comunque un vincolo alla competitività dell’impresa. Le rivendicazioni o sono compatibili con essa o non sono. Non esistono. Questa arroganza va contrastata battuta. Ora. Ed in questi giorni il nostro impegno anche politico deve poter evitare in questa vicenda contrattuale uno sfondamento di deregolazione ulteriore sulle condizioni della prestazione lavorativa. Questo passaggio non è semplice e rimanda a temi più generali che sono l’oggetto della nostra riflessione congressuale: un sistematico minamento della soggettività della popolazione lavorativa, un senso di spoliazione della sua identità. Faccio un esempio e chiedo: in un’inchiesta un’operaia della Zanussi racconta una sua esperienza di vita; al mattino si sveglia prestissimo per andare in fabbrica e con lei il marito, sveglia bruscamente i suoi due figli. E in fabbrica il pensiero torna ai figli lasciati dalla madre, è in ansia, è inquieta. Passano le ore, la sesta, la settima, l’ottava, e una volta a casa si rende conto di essere così stanca da non poter accudire i suoi figli come vorrebbe. Se la riduzione di orario non parla a questa operaia, al suo tempo “vuoto”, ai suoi desideri, se non si sottrae quel tempo all’impresa con una forte critica sessuata, noi non saremo capaci di parlare della nostra passione per un’alternativa di società. Quello che Gramsci chiamava la «riforma morale ed intellettuale del paese».