Marco Ferrando

Ma ora davvero s’impone un bilancio sereno ed onesto. E il bilancio non può ridursi alla constatazione di una sconfitta senza indagare le ragioni strategiche di quella sconfitta. Perché ciò che è stata sconfitta non è una contingente operazione politica quasi a dire che una prossima volta potrebbe andare meglio, ma l’illusione antica di poter piegare a favore delle classi subalterne il governo delle classi dominanti, il loro personale politico, la loro cultura. E ciò che è stata sconfitta è la pretesa di sottrarci a una verità inscritta nell’intera storia del Novecento: quella per cui quando una forza del movimento operaio si associa a un governo della classe avversa non piega l’avversario, ne è piegata, non aiuta il movimento, lo rimuove, non gestisce un’avanzata, ma un arretramento. 
E’ ciò che è avvenuto per due anni. 
Dalla “resistenza al progetto” avevamo annunciato! 
Ma per due anni la resistenza è stata rimossa con la rimozione dell’opposizione e l’unico progetto che si è affermato, nella pace sociale è il progetto del capitale finanziario, dell’ingresso nella nuova Europa imperialistica, dell’avanzata della II Repubblica, con effetti regressivi giganteschi sulla stessa costituzione materiale del paese. E’ un fatto. Certo, noi abbiamo contrattato, negoziato, insistentemente, persino brillantemente: sarebbe ingeneroso non riconoscerlo. Ma abbiamo negoziato quel programma, non il nostro. Di più: abbiamo negoziato di fatto un programma opposto al nostro, opposto nel suo impianto strategico, opposto nelle sue radici di classe. Abbiamo negoziato per due anni, al di là di ogni intenzione, il programma della borghesia italiana contro il nostro blocco sociale di riferimento. E’ possibile oggi rimuovere nel silenzio questa enormità senza la responsabilità non dico di un giudizio, ma addirittura di una parola nel documento di un congresso che si vuole straordinario? 
Si può dire: «Lasciamo perdere il passato, guardiamo il presente». Ma purtroppo non c’è aspetto del presente che non contenga in sé quel passato. 
E infatti: gli attuali processi di frantumazione sociale che oggi insieme denunciamo, incorporati ad un’autentica colonizzazione del Mezzogiorno, non sono anche l’effetto di quel famigerato pacchetto Treu che ebbe in parlamento il nostro voto? Il mercimonio dei lavoratori che oggi passa per l’affare Telecom non è anche l’effetto di quella stagione privatizzatrice tanto intensa da aver regalato al governo Prodi il primato delle privatizzazioni in Europa e nel mondo? La caccia all’immigrazione clandestina che oggi dilaga, con effetti devastanti sul terreno del diritto e della coscienza pubblica, non è anche lo sbocco di quelle politiche sull’immigrazione varate da Prodi che inaugurarono lo scempio dei centri lager? E si potrebbe continuare. La verità è che l’attuale salto offensivo del nuovo governo D’Alema contro conquiste sociali e democratiche è il punto d’approdo non dell’abbraccio di Cossiga - come vorrebbe una lettura semplicistica - ma di un arretramento profondo dei rapporti di classe nella società italiana quale si è dispiegato per due anni sotto le insegne del precedente governo. [_]
«Siamo incompatibili con l’Udr di Cossiga» abbiamo dichiarato e dichiariamo, perché «l’Udr è incompatibile con la svolta che proponiamo». Bene, non vi è dubbio naturalmente su questo. Ma perché non dichiariamo la stessa discriminante nei confronti di Prodi, Ciampi, Dini, organici tasselli del 21 aprile infinitamente più rappresentativi degli interessi dominanti del paese che non un Udr in disfacimento? Davvero riteniamo, ancor più dopo l’esperienza di due anni, che i Prodi, i Ciampi, i Dini siano compatibili non dico con un’alternativa di società, ma anche solo con una svolta riformatrice? Davvero riteniamo che una candidatura alla presidenza della Repubblica di Carlo Azeglio Ciampi, banchiere fra i banchieri, custode di Maastricht, campione delle finanziarie lacrime e sangue contro lavoratori e disoccupati possa rappresentare addirittura un’ottima candidatura per i comunisti per il solo fatto di circondarsi dell’aureola del 21 aprile? 
Sono interrogativi semplici che rimandano alla questione di fondo della natura di classe del centrosinistra oggi in Italia. Perché non si tratta di criticare il centrosinistra, ma di analizzare cos’è il centrosinistra. E a me pare che, al di là del variare imprevedibile dei suoi equilibri interni, il centrosinistra si confermi ogni giorno di più e sempre più come la rappresentanza di governo del capitale finanziario, come la soluzione strategica oggi prescelta dai capitani d’industria e dai banchieri: che con l’abbraccio concertativo dell’apparato burocratico dei Ds e del sindacato legano e subordinano al proprio carro grandi settori di classi subalterne, ridotte al silenzio della rassegnazione, private di ogni autonomia, frantumate o colpite nei tentativi di resistenza. 
Chiedo: la nostra opposizione deve mirare a risalire un domani su quel carro nell’illusione eterna di deviarne la corsa o dev’essere mirata a far scendere da quel carro lavoratori, disoccupati, giovani restituendo loro un’autonomia di classe e la coscienza dei propri interessi indipendenti? 
Dobbiamo ricostruire tra noi e i lavoratori l’illusione di un possibile futuro centrosinistra riformatore o dobbiamo lavorare a liberare i lavoratori e il nostro stesso partito da questa illusione fallita? [_]
E così quella stessa prospettiva del 21 aprile mi pare oggi congeli una situazione letteralmente insostenibile del nostro partito in relazione ai governi locali ed in particolare nelle grandi città e nelle Regioni. Anche qui chiedo davvero di aggiornare il nostro confronto entro una situazione in parte nuova. Potrei limitarmi a ripetere di ritenere grave la nostra corresponsabilità sul piano locale nella gestione delle implicazioni della finanziarie nazionali lungo quella logica del meno peggio che in realtà è il bilancio del peggio: di ritenere incomprensibile la continuità del sostegno a quel Rutelli del santissimo Giubileo che persino Cofferati (è tutto dire) denuncia come campione del lavoro nero, o a un Bassolino che non solo rifiuta di ricevere i disoccupati ma si è costituito parte civile, in sede giudiziaria, contro le loro lotte. Invece invito tutti a misurarci con un fatto nuovo che a me pare paradossale e abnorme: l’aperta confluenza dei grandi sindaci Ulivisti, da noi sostenuti, nel partito del referendum Prodi-Di Pietro, nel partito dell’attacco frontale ai diritti democratici e parlamentari, e alla nostra stessa sopravvivenza istituzionale. Di fronte a questa novità può restare immobile la nostra politica e la nostra collocazione? Possiamo continuare a sostenere con nostri assessori sindaci puntati oltretutto alla nostra distruzione? Io credo che questo Congresso nazionale, di fronte alla novità subentrata, debba assumersi la responsabilità di una scelta politica nuova al di là delle divisioni di mozione: il ritiro della fiducia innanzitutto ai sindaci di Cento Città, a partire dal comune di Roma.