Sandro Curzi

Pochi minuti fa sono stato cercato da due compagni. Mi hanno consegnato un foglietto di carta: era un assegno da 800mila lire. Hanno detto che «era un piccolo contributo per  Liberazione ». E’ stato un grande, grandissimo gesto. Rina Gagliardi ha scritto sul nostro giornale che il Partito della Rifondazione Comunista è un “ingombro”, io l’ho trovata una bella immagine. Noi siamo l’altra politica, quella vera, non quella massa melmosa che purtroppo seguitano a chiamare politica (affari sporchi, inciuci, ribaltoni di ogni sorta). E questo congresso è un’altra cosa, perché noi siamo un’altra cosa. Questa platea non è composta da nani, ballerine e magnaccia americani, ma da donne, uomini, giovani. E abbiamo bisogno di questi ragazzi italiani che Massimo D’Alema non conosce più. Sono ragazzi normali, ma D’Alema che tanto ama il termine “paese normale” ne ignora l’esistenza. Ricordo che il Presidente del consiglio, con il suo solito cinismo, mi disse: «Io e te la pensiamo allo stesso modo su Di Pietro, ma ho in mente una strategia». No! No, caro D’Alema non è questa la strada. Ci sono tanti compagni che sono intervenuti in questo congresso, che hanno detto cose importanti, a cui bisognerebbe prestare attenzione. Mi rivolgo ai colleghi giornalisti: ascoltate queste parole, ci sono anche amarezza e disperazione nel “paese normale”. E invece ho letto con tristezza i giornali di questi giorni, c’era un bel pezzo di Smargiassi su  la Repubblica , ma il resto è pensiero unico, tutto uguale. La vergogna più grande sono stati i telegiornali: caro Celli, cari direttori delle testate, cari ex sindacalisti che vi battevate dentro l’azienda contro le discriminazioni e la lottizzazione, che vergogna. Forse è proprio su questa mutazione genetica che Cofferati dovrebbe riflettere! Si tratta di un vero e proprio furto contro i cittadini, quelli che pagano il canone ma che non hanno potuto sapere niente di tutto questo che succede qui a Rimini. Non ho mai sopportato il termine “regime”, ma oggi mi sembra appropriato. Il sottoscritto faceva il Tg3 all’epoca del Caf, non era facile, ricevevamo telefonate dure, durissime, ma il giornale lo continuavamo a fare e Craxi, Andreotti e Forlani abbozzavano. Oggi, dobbiamo cogliere solo dal Tg2 qualche parola sul dibattito congressuale; la radio pubblica e la radio Radicale hanno poi dimostrato, con le loro dirette, che informare è possibile. Su  Liberazione  abbiamo parlato di democrazia malata, è un giornale povero – uno degli unici giornali di partito che vive del partito – ma che cerca come può di opporsi al pensiero unico: è stata questa del resto la nostra idea di partenza.