Alberto Burgio

Sottolineare che nel corso degli ultimi due decenni lo sviluppo dell’associazionismo, del volontariato e della cooperazione sociale avviene sullo sfondo di una drammatica crisi occupazionale non significa ignorare le motivazioni morali e civili che spingono tanti a impegnarsi nell’accoglienza e nella solidarietà, ma far luce sul dato strutturale indispensabile alla corretta comprensione del fenomeno. Solo questa premessa spiega la funzione realmente svolta dal Terzo settore quale agenzia di collocamento di forza lavoro sottopagata, decontrattualizzata e precaria, organicamente integrata nei processi di smantellamento del welfare e di privatizzazione dei sistemi di assistenza e di istruzione. Per esplicita ammissione dei dirigenti del Forum del terzo settore, la posta oggi in gioco è lo sviluppo di un “mercato del welfare” e, in prospettiva, la sostituzione dello stato sociale pubblico con uno stato sociale privato. Il che significa assecondare la tendenza alla riduzione degli organici nella funzione pubblica (180.000 licenziamenti negli ultimi 5 anni) e alla deregolazione dei rapporti di lavoro (vedi la nuova normativa sui soci lavoratori, riguardante in massima parte donne, giovani e immigrati extracomunitari). 
E’ necessario infine evitare di confondere il discorso sul Terzo settore con la tematica dei lavori socialmente utili: quest’ultima apre ad una prospettiva neokeynesiana di rilancio dell’occupazione tutelata e stabile (nonché del tutto compatibile con i più rigorosi vincoli di bilancio: assumere le 140.000 persone attualmente impegnate in attività socialmente utili comporterebbe una spesa inferiore alla metà di quanto oggi le amministrazioni centrali e locali devolvono a favore di istituti privati); il Terzo settore si inserisce invece nel quadro della concertazione e delle politiche neoliberiste di riduzione della sfera pubblica e di privatizzazione dei sistemi pubblici di welfare.